Quando il primo amore diventa un romanzo. L’ironia (letteraria) di Dag Johan Haugerud è al cinema

In sala dal 13 marzo (per Wanted) “Dreams” del norvegese Dag Johan Haugerud l’Orso d’oro 2025 alla Berlinale. Un film ironico e dalla comicità leggera che narra il primo amore di una ragazzina nei confronti della sua insegnante. A raccontarlo è lei stessa attraverso un lungo memoriale romanzo che, nonna e mamma, faranno pubblicare. Nel palmarèes della Berlinale anche i fratelli De Serio col doc, “Canone Effimero”. Miglior regista Huo Meng per “Living the Land”, Orso d’argento a “The Blue Trail” di Gabriel Mascaro e il Jury Prize “The Message” di Iván Fund …

All’uscita dalla sala della Berlinale, mentre sullo schermo passavano gli ultimi titoli di coda di Drømmer, “sogni”, del norvegese Dag Johan Haugerud, veniva facile pronosticarne la vittoria. Non perché fosse indiscutibilmente il più bello del concorso, peraltro quest’anno davvero molto agguerrito. Più semplicemente perché sembrava perfetto per il presidente di giuria, lo statunitense Todd Haynes.

La sera del 22 febbraio è diventato ufficiale, il film di Haugerud torna a Oslo, protagonista secondaria del film, con l’Orso d’oro. Il primo grande riconoscimento della carriera del regista norvegese, che gli arriva a sessant’anni, con l’ultimo capitolo di una bella trilogia, dedicata a tre parole-tempio della vita contemporanea: sesso, amore e sogni.

Non è solo Haynes a esserne rimasto stregato. Questa storia di primo amore aveva trovato grandi applausi dal pubblico berlinese e, prima ancora, risate sincere. L’umorismo di Haugerud non è né quello sguaiato che affolla la nostra televisione, né quello sagace della commedia all’italiana. Ma ha una leggerezza diversa, scandinava, perfettamente in sintonia col pubblico tedesco.

Il tono si mischia al racconto della protagonista, una giovanissima esordiente, Ella Øverbye, che ci racconta l’improvvisa cotta per una sua insegnante. Al carico bruciante che l’amore adolescenziale porta con sé, per lei si aggiungono altri due aspetti: è innamorata di una donna e, soprattutto, di una sua professoressa.

La storia ce la narra tutta Øverbye dal fuoricampo. È passato qualche tempo e ora, per processare tutto, ha scelto di scrivere tutta la sua versione della vicenda in una sorta di memoriale. Lo consegna prima alla nonna e poi alla mamma, a mo’ di confessione. Loro sono spiazzate, prima dalla storia, poi dalla maturità della sua penna.

Il personaggio della nonna è il più comico. Timorata di Dio, con il pallino della scrittura poetica, dopo aver suggerito di far leggere il manoscritto alla sua editor si rimangia tutto: la nipote piace troppo, si sente offuscata. Ma è troppo tardi, si è convinta anche la mamma e, con un po’ più di bizze, l’autrice. La cosa è fatta, si va in stampa.

La questione che tiene banco, però, è l’opportunità. Sì, perché la ragazza non si è limitata a osservare, ma si è presentata a casa della prof e ha continuato ad andarci per settimane, senza dir nulla, ma convinta che lei avesse capito. Un dettaglio non da poco, che dà il via a cortesi ma non troppo velate allusioni di scorrettezza tra i vari personaggi.

Haugerud dosa perfettamente le parti della sua trama. Non vuole un film sullo scandalo, ma sui sogni di una giovane donna. Quindi si tiene in equilibrio su tutto, adottando il punto di vista della ragazza. Più dello scandalo, lo spettatore è portato a chiedersi con lei se la professoressa ricambiasse. Perché è questa, per lei, la sola domanda in cui bisogna scavare a fondo.

Di Drømmer restano in testa tanti dialoghi e momenti. Un’impagabile disamina tra nonna e mamma a proposito di Flashdance e del suo impatto sul femminismo, ad esempio. Ma anche le riflessioni su Oslo e la sua geografia, che pure già nel secondo lavoro della trilogia, Love, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 81, appariva come molto più di un semplice palcoscenico.

Quello del 2025 è insomma un Orso d’oro, a suo modo, letterario. Scrittrice è la protagonista e scrittore è stato anche il suo regista. Drømmer potrebbe diventare un piccolo cult, come già successe a un’altra commedia norvegese, La persona peggiore del mondo di Joachim Trier. Sono due epitomi di un tono nuovo, di un umorismo in grado di fare i conti col nostro tempo per davvero. Qualcosa spira dalla Scandinavia e sta scendendo, ha già conquistato Berlino, chissà fino a dove arriverà.

Qui le sale dove vederlo


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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