Quel medico di campagna, quasi amico

In sala dal 22 dicembre (per Bim) “Un medico di campagna”, interpretato dall’amatissimo François Cluzet baciato dal successo planetario con “Quasi amici”. Il regista Thomas Lilti dipinge un afffresco sobrio e sommesso della vita di uno scrupoloso e bonario medico condotto di provincia…

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Anche i medici tornano sui loro passi. Thomas Lilti che alterna l’attività di dottore con quella di regista, lo fa per la seconda volta: dopo Hippocrates, ambientato in un ospedale, adesso è la volta di Un medico di campagna, affresco sobrio e sommesso su come si svolge (ed è diversa) l’attività di un dottore nelle zone rurali.

Jean-Pierre è un dottor Kildare che invece di muoversi fra le corsie, corre da una fattoria all’altra nella profonda provincia francese. Svolge il suo dovere di medico con meticolosa empatia e una dedizione rara in città. Ma un’improvvisa e grave malattia lo rallenta e lo costringe a un doppio confronto: accettare cure come paziente a sua volta,  e l’aiuto nel lavoro di una collega.

Con qualche reticenza nel primo caso e molte resistenze nel secondo, Jean-Pierre si inoltra in un percorso dalle tappe prevedibili. Dalla diffidenza iniziale nei confronti della neo-dottoressa, allo scontro aperto e alla resa finale. Non senza passare per una fitta rappresaglia di trappole e scherzi alle spalle della donna, che pure si dimostra tenace al par suo.

Lilti è al suo meglio nei dettagli, cogliendo sguardi e gesti veloci con cui la ruvida bonarietà di François Cluzet (già amatissimo protagonista di Quasi amici) rende concreto e calzante il suo medico di campagna. Mentre la bellezza di Marianne Denicourt  –  identica alla seducente Valentina di Crepax  – rende meno credibile la sua figura di navigata ex infermiera da poco laureata in medicina.

Il regista ha però l’accortezza di non far scattare una conclamata storia d’amore, lasciando tutto un po’ in sospeso. L’accento è sulla definizione dei personaggi e del loro carattere, sui bozzetti di vita quotidiana in un piccolo paesino, lambito dalla modernità, eppure rannicchiato nei suoi tempi dove tutto può essere accolto e sanato, dalla comunità di zingari che si apre al dialogo grazie a una provvidenziale assistenza medica alla ragazza oppressa da un compagno violento.

La scena clou che tutto racchiude come una bomboniera vintage è la festa con ballo western, dove si snodano i destini di tutti. Scelta drammaturgica già abbondantemente praticata al cinema, di recente dal regista conterraneo di Lilti, Lucas Belvaux in Sarà il mio tipo?, per non parlare della madre di tutte le melo-scene country: Robert Redford e Kristin Scott Thomas  in L’uomo che sussurrava ai cavalli.

A spiccare qui, è l’omaggio involontario a Leonard Cohen, scomparso da poco, con il suo Halleluja in sottofondo, mentre il ritmo resta quello dolcemente soporifero di tutto il film. Che la Bim fa uscire giustamente nelle sale per le feste, celebrando buoni sentimenti e leggere malinconie.

Per gli amanti dei duri e degli estremi, meglio rivedersi le serie tv del Dottor House.