Quel “Piccolo corpo” in un mondo di sole donne. Arriva in sala dopo la presentazione a Cannes

Arriva in sala dal 10 febbraio (per Nefertiti Film) “Piccolo corpo” opera prima della regista triestina Laura Samani. Una storia immersa nel mondo arcaico, patriarcale e bigotto dell’Adriatico settentrionale ai primo del ‘900. Buone intenzioni per una storia interessante e ben scritta. Passata alla “Semaine de la critique” a Cannes 2021 …

Agata è una giovane donna, nei primi del ‘900, che vive su di un isola sabbiosa dell’Adriatico settentrionale popolata da una comunità di pescatori. Capanne di canne, il mare grigiastro, la luce lattiginosa e le reti stese ad asciugare.

È incinta e manca pochissimo al parto, poche ore. Ma non va come dovrebbe: la bambina nasce morta. Il dolore rende inaccettabile l’evento e, da credente, trova ancor più inaccettabile che la sua bambina debba essere condannata al Limbo, il “luogo” destinato ai piccoli nati morti o non ancora battezzati perché gravati dal peccato originale.

Ma ecco che una donna della comunità le sussurra di un luogo tra le montagne, di una chiesa dove avvengono miracoli e dove i bambini come la sua possono essere riportati in vita per il tempo di un respiro, giusto il tempo necessario per il battesimo.

Così Agata lascia segretamente l’isola e intraprende un viaggio pericoloso attaccata a questa speranza, con il corpo della figlia chiuso nella cassetta che suo marito aveva usato come bara. In questo doloroso cammino della speranza l’unico ad aiutarla sarà Lince, un ragazzo selvatico e solitario, che in cambio le chiede il misterioso contenuto della scatola.

Quanto può essere difficile descrivere, definire e raccontare un film come Piccolo corpo? Molto è la risposta.
Molto perché questo di Laura Samani, passato in concorso a Cannes nella Semaine de la Critique,  è un’opera prima che tocca un argomento complesso e sensibile come il senso religioso e la figura della donna in una società patriarcale fedele agli stili e alle gerarchie di un sottoproletariato ben più arretrato di quanto non dica l’ambientazione nel 1901.

La religione è la struttura portante sulla quale si costruisce la storia, tuttavia si tratta di un cattolicesimo come può essere percepito e praticato da una società arcaica come quella raccontata dalla giovane regista triestina: una fede sulla quale sono innestati usi e superstizioni pressoché pagane ma ufficializzate dall’accompagnamento di inni e preghiere conformi alla regola.

Si avverte così come una sorta di eccessivo schematismo nella scelta di rappresentare questa umanità dolente. Cominciando da una fin troppo netta divisione tra uomini e donne. Queste ultime tutte buone, solidali, persino le brigantesse. Mentre gli uomini sono nella loro totalità negativi. Il marito, in scena per un minuto, è immediatamente rassegnato alla perdita della bambina. Il prete che appare per 30 secondi è dogmaticamente fedele alla regola nel negare il battesimo e acuire la disperazione della madre. E anche Lince, l’unico apparentemente positivo, avrà comunque il suo tornaconto.

L’eco de L’albero degli zoccoli come modello risuona su tutto, anche nella fotografia così fortemente estetizzante, a tratti fin troppo. Eppure le buone intenzioni di Piccolo corpo sono evidenti, per la storia interessante e la buona scrittura. Meno per la ricerca di rientrare in un canone che è quello amato dai francesi nel sentirsi narrare le storie italiane.


Gino Delledonne

Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.

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