Quella lunga “treccia” che unisce le donne dall’India al Canada. Dimenticando lo sfruttamento

In sala dal 20 giugno (per Indigo Film) “La treccia” di Laetitia Colombani che adatta il suo omonimo best seller con oltre 5 milioni di lettori. Tre vite parallele di tre donne a latitudini diverse: India, Italia e Canada, unite da un desiderio di riscatto e affermazione femminile. Record di spettatori in Francia con oltre un milione. Eppure il film nell’inseguire il suo messaggio si perde nelle contraddizioni…

A volte capita, nel nostro mondo in cui si vive di sottolineature, di dimenticare le contraddizioni. Può accadere in buona fede, nella smania lodevole di combattere battaglie giuste. Ma non dovremmo mai scordarci che per ogni faro che accendiamo si proietta anche un’ombra. Queste piccole riflessioni hanno accompagnato i titoli di coda de La treccia, nuovo film della regista, scrittrice e attrice francese Laetitia Colombani, in sala dal 20 giugno.

La fonte è il romanzo omonimo scritto dalla stessa regista, uscito con successo in tutto il mondo, Italia compresa, per i tipi di Nord. D’altronde l’Italia stessa viene chiamata in causa: è una delle tre tappe geografiche in cui procede il racconto. Sono vite parallele, in buona sostanza, di tre donne a latitudini lontanissime eppure, come poi si vedrà, legate.

C’è da una parte l’India, col suo sistema serratissimo di caste, chiuse al punto da stritolare ogni speranza di emancipazione. Al capo opposto invece il Canada e più precisamente un milionario studio legale che conta tra i suoi clienti grandi multinazionali. Nel mezzo l’Italia, rappresentata da una piccola azienda familiare sull’orlo del fallimento.

Il romanzo ambientava il filone italiano a Palermo. Nel film, complice il contributo della film commission regionale, ci si sposta invece a Monopoli, in Puglia, con annesse invitanti riprese panoramiche, molto vicine a un’atmosfera da spot. La giovane protagonista è Fotinì Peluso, gira in Vespa tra gli ulivi e il lungomare, aiuta il padre con l’azienda di famiglia.

Il suo è il grado mediano anche per qualità della vita: legge (quasi unicamente Pavese, si direbbe) e cerca una strada alternativa ai vincoli che la famiglia vorrebbe imporle. Nell’India settentrionale, la sua comprimaria deve invece fuggire per garantire un futuro a sua figlia, nata come lei nel grado più basso della scala sociale, quello degli intoccabili. La protagonista canadese è invece immersa nei problemi del primissimo mondo, non deve emanciparsi, ma accettare la fragilità del suo corpo.

Il filo che le lega dovrebbe essere quello di una cooperazione tutta femminile. Il titolo ne è l’indizio, l’intreccio dei capelli è molto spesso un atto a due, da donna a donna, anche di cura dell’una verso l’altra. Sono proprio i capelli a tenere insieme le tre storie: raccolti in India da una, sono lavorati in Italia dall’altra e utilizzati poi in Canada, per coprire gli effetti della chemioterapia.

L’intenzione di Colombani è nobile e lo è anche l’intuizione di tradurla in questo breve e semplice atto, comune un po’ a tutte le culture. Ma nell’esaltare la voglia di rinascita dei suoi personaggi, dimentica appunto l’ombra, i tanti aspetti grotteschi della nostra realtà che sono in grado di imbruttire facilmente anche le storie di solidarietà.

Basta cambiare un poco la prospettiva e la stessa storia ha tutto un altro significato. I capelli vengono da un tempio indiano, dove madre e figlia si fanno rasare come atto di devozione e auspicio per la loro nuova vita. Da lì vengono raccolti e venduti a un prezzo irrisorio in Europa, senza che le due ricevano nulla in cambio. Li acquista l’azienda italiana, indebitata fino al collo, che per tagliare i costi si rivolge all’Oriente. Da qui, sono lavorati e spediti in Canada, sotto forma di parrucca extralusso per la milionaria avvocata.

Un po’ come per i capelli, anche le narrazioni possono avere risultati diversi a seconda di come le si intreccia. Anche per questo val la pena fare attenzione. Se oggi, per fortuna, esistono movimenti che fanno dell’intersezionalità delle lotte il fulcro su cui basare la propria attività è esattamente perché le contraddizioni spuntano a ogni angolo.

La treccia rimane però un utile esempio per provare a interpretare, con un esercizio di contrasto, la realtà. Tutte e tre le sue protagoniste sono vittime delle imposizioni sociali delle loro culture e del sistema economico. Se vogliamo davvero provare a disegnare un lieto fine, sono quei due monoliti tutt’altro che inscalfibili che dobbiamo, collettivamente, correggere.