Ripensando Altieri, gigante buono che scatenò l’Apocalisse

Con la sua lunga serie di romanzi post apocalittici ha svecchiato la letteratura di genere italiana. È stato traduttore (“Il trono di spade”) e sceneggiatore. Ha scandalizzato benpensanti e femministe e si è beccato ogni tipo di etichetta per il suo essere contro, soprattutto contro il politicamente corretto. A distanza di un mese dalla sua scomparsa un bel ricordo di Sergio Altieri, in arte Alan D. Altieri, il Maestro dell’Apocalisse…

Apro e richiudo il foglio words. Una, due, tre volte. Non so bene da che parte cominciare, le riflessioni si confondono con i ricordi che a loro volta sconfinano nelle ipotesi di nuove collaborazioni in cui tirarlo dentro, approfittando della generosità di Sergio Altieri, la migliore penna della letteratura action, noto come Alan D. Altieri, il Maestro dell’Apocalisse.

Se n’è andato ormai da un mese – era il 16 giugno – a 65 anni precisi, il gusto della perfezione non lo ha mai perso, senza eccezioni, sarà perché era ingegnere –. In punta di piedi, così come aveva vissuto. Eternamente in bilico tra la deflagrante esplosività delle sue esternazioni che polverizzavano non meno delle demolizioni consegnate alla letteratura e alla memoria e il garbo che ti stupiva sempre.

Un gigante buono prestato alla penna per deliziare e sconvolgere il lettore in pari misura. Altieri ha scandalizzato benpensanti e femministe. Si è beccato ogni sorta di etichetta perché il suo essere costituzionalmente contro, lo rendeva inclassificabile. Le miopie di destra e sinistra lo hanno collocato alternativamente su uno o sull’altro fronte.

I suoi testi erano in ultima analisi, un corposo elenco di “contro” che includeva: l’industria, le istituzioni, il capitalismo, il comunismo, il politicamente corretto (“Il momento in cui archivieremo definitivamente quella insulsaggine chiamata “politicallyKorreKt” arriverà sempre troppo tardi”).

Per una legge della compensazione, aveva anche dei pro. Era alfiere della libertà individuale, amava le armi, l’occhio per occhio, l’emancipazione femminile, come testimonia la sua antologia Warriors, pubblicata da TEA nel 2012, “sono donne che di spine dorsali ne hanno addirittura tre”.

Da un punto di vista letterario, Altieri ha contribuito come pochi altri a svecchiare la scrittura di genere, specie quella italiana, che con lui si arricchisce di dinamismo e di enfasi, i suoi ritmi sincopati hanno fatto storia, portando l’estetica del conflitto a livelli di lirismo difficilmente superabili.

Ha inciso in modo indelebile sulla caratterizzazione ed estremizzazione degli impianti narrativi spingendoli oltre i limiti convenzionalmente accettati. Ha inserito nei suoi labirintici intrecci, temi scottanti come i sistemi globalizzati, si pensi alla corporate Gottschalk- Yutani. Un colosso-metafora dell’economia globale al di là delle singole sovranità degli stati (è affascinante che nei suoi romanzi, da Ultima Luce ad Armageddon, a fare da filo conduttore non sia un personaggio ma un’azienda…) e la macchinosità della burocrazia.

Altieri ci lascia in eredità personaggi che sconfinano nella mitologia come Russell Brendan Kane, medico e master-sniper, tiratore scelto dello Special Air Service, protagonista di tanti Segretissimo (da recuperare l’antologia Killzone), e Wulgar, assassino ai tempi della riforma luterana, eroe tragico della trilogia di Magdeburg.

Ha aggiornato la narrazione aggiungendo uno sguardo di tipo cinematografico, retaggio della sua esperienza parallela tanto come sceneggiatore (Uno bianca e Silent trigger, nelle foto) quanto nelle produzioni de L’Anno del Dragone e Conan il distruttore. Evidenti i rimandi filologici sul piano dei caratteri con i suoi eroi –anti.

E da ultimo, ha influenzato in modo determinante un’intera generazione di scrittori. Sergio Alan D. Altieri è stato in letteratura, questo e molto altro ancora. Umanamente, era tutto meno che il maestro dell’apocalisse, titolo guadagnato sul campo per aver dato forma ai peggiori incubi dai tempi di Lovecraft, da lui riconosciuto come un punto di riferimento.

Conoscevo Sergio Alan D. Altieri dal 2009. Avere a che fare con lui era semplice. Con quell’entusiasmo inesauribile e l’approccio parimenti affettuoso e generoso, si rendeva accessibile. Eppure per uno strano caso, il suo ruolo, fondamentale nell’esplosione del Trono di spade, mi era oscuro. Non sapevo, infatti, che fosse il traduttore di George R.R. Martin, a dimostrazione della sua discrezione che rasentava l’assoluto. Perché Sergio Alan D. Altieri non indugiava mai nell’auto celebrazione. Amava con medesimo trasporto,  il mestiere del traduttore e quello dello scrittore e credo che il successo editoriale del Trono di Spade dipenda in larga misura anche dal suo apporto. Un apporto che lui riconosceva unicamente e a richiesta, sul piano tecnico. Ma è sufficiente dargli un’occhiata distratta per cogliere quanto la saga degli Stark concepita da Martin, sia anche sua.

E ora che non è più con noi, la sensazione di un vuoto incolmabile è assoluta. Ciao, Wolf, grazie per la tua amicizia, ci rivedremo sul bordo del maelstrom.