Ritratto di famiglia con regista. Pupi Avati racconta gli Sgarbi (e l’amore possibilmente) su Sky

In onda l’8 febbraio su Sky Cinema (ore 21.15) “Lei mi parla ancora”, il nuovo film di Pupi Avati. Ambientato nella provincia padana tanto cara al regista bolognese, è una storia d’amore e di famiglia: quella di Giuseppe e Rina, che si sono amati per oltre sessant’anni e di cognome fanno Sgarbi (sì, sono i genitori del critico d’arte/politico Vittorio e della regista/editrice Elisabetta). Tratto dall’omonimo romanzo di Sgarbi padre che ora torna in libreria per la casa editrice di Sgarbi figlia, La Nave di Teseo, è un melodramma dai colori sbiaditi…

Ritratto di famiglia con regista. Un po’ come quei quadri che un tempo le famiglie notabili commissionavano al pittore di fama, per vezzo o per grandeur (senza scomodare la ritrattistica classica più interessata a reali e nobiltà). Del resto qui l’arte, le aste e tutto quello che le gira intorno, compresa la critica, c’entrano eccome.

Siamo a casa Sgarbi, quella dove Vittorio bambino è cresciuto tra un Guercino e i bronzi da museo, dove Elisabetta ha maturato il suo talento da editrice e dove, soprattutto, papà Giuseppe, farmacista della profonda provincia padana, e mamma Caterina (Cavallini) hanno vissuto la loro storia d’amore lunga oltre sessant’anni, circondati e accomunati anche dalla bellezza artistica nel loro Louvre personale, cresciuto negli anni a colpi di aste internazionali.

Un amore il loro che da subito si giura eterno, una romanticheria d’antan, potremmo dire, diventata libro nel 2016 per mano dello stesso Sgarbi padre (editrice Skira, quella dei cataloghi di mostre e arte) ed ora trasformato in film dall’80enne Pupi Avati, che in fatto di romanticherie d’antan è maestro, soprattutto se ambientate, ed è questo il caso, nelle province veneto-romagnole, tra nebbie, balere, casolari campestri e nostalgiche note jazz nostrane.

Stavolta, però, guardando Lei mi parla ancora, più che il sentimento si coglie per prima l’operazione commerciale pianificata da tempo. L’idea di partenza era nata a RaiCinema ed è invece arrivata a buon fine con la coproduzione tra la premiata ditta Avati – la Duea Film col fratello Antonio e il figlio Tommaso, alla sceneggiatura -, la Bartlebyfilm e il potente cartello Vision Distribution che lo manderà in onda l’8 febbraio su Sky Cinema (ore 21.15) e poi on demand e in streaming su NOW Tv.

Nel frattempo Elisabetta Sgarbi, con la sua Nave di Teseo, ha appena rieditato i quattro romanzi di papà Giuseppe (Lungo l’argine del tempo, 2014; Non chiedere cosa sarà il futuro, 2015; Lei mi parla ancora, 2016; Il canale dei cuori, 2018), con l’aggiunta di qualche scritto inedito e il nuovo titolo: Lei mi parla ancora- Memorie edite e inedite di un farmacista, a cui il film di Pupi Avati è ufficialmente e liberamente ispirato.

È dalla stesura di questo libro, del resto, che muove la storia liberamente reinterpreata da Pupi Avati. Un ghost writer (Fabrizio Gifuni) in cerca di fama viene ingaggiato dalla figlia editrice (Chiara Caselli) per trasformare in romanzo (terapeutico) le memorie di suo papà (un imbalsamato Renato Pozzetto da vecchio e un amabile Lino Musella da giovane). Un melodramma dall’incipit “ospedaliero” con la scomparsa dell’amata mamma-moglie (col volto di Stefania Sandrelli da vecchia e quello di Isabella Ragonese da giovane) che getta nel dolore più cupo il vecchio Giuseppe.

Un gioco di flash-back tra passato e presente restituisce l’amore dei genitori Sgarbi, coinvolgendo anche l’attualità dei due figli (c’è anche il Vittorio fanatico delle aste d’arte, col volto di Matteo Carlomagno). Al centro Avati mette il confronto-scontro tra due sterotipati mondi sentimentali: il padre che da uomo del passato crede nell’amore che rende immortali (è il giuramento che si fanno da subito i due giovani sposi); e l’aspirante scrittore (esempio dell’oggi) che ha consumato il suo matrimonio in soli tre anni, causando sfracelli.

Un immaginario, insomma, caro al Pupi Avati più conservatore, condito da belle citazioni di Bergman e Pavese. Il regista di fatto torna a quel piccolo mondo antico che tanto tempo fa ha reso importante il suo cinema (di sentimenti), ma che stavolta, dopo 52 film, sbiadisce in una fiction che, al di là del tema immortale, non rende immortale l’opera.


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.

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