Sarah Bernhardt e i suoi amori. La divina di Francia arriva al cinema

In sala dal 6 novembre (per Wanted) “La divina di Francia. Sarah Bernhardt” di Guillaume Nicloux. Dopo “Duse” di Pietro Marcello è l’altra divina del teatro a cavallo tra XIX e XX secolo ad essere protagonista al cinema. Col volto di Sandrine Kiberlain l’attrice rivive nella sua poliedrica personalità, non solo interprete ma anche direttrice di teatri, disegnatrice di gioielli surrealisti, scrittrice e scultrice, e anche cittadina impegnata nella difesa del capitano Dreyfus. Non un classico biopic, ma un incrocio fra dramma storico e storia d’amore …

Rivive sul grande schermo con il film La divina di Francia. Sarah Bernhardt di Guillaume Nicloux e sceneggiato da Nathalie Leuthreau – già con lui coautrice di Holiday (2020) – nelle nostre sale dal 6 novembre, distribuito da Wanted, la leggendaria “rockstar prima del rock” Sarah Bernhardt (1844 – 1923).

Fu fra le più grandi attrici teatrali dell’Ottocento e poi del cinema muto nei primi anni del secolo scorso, nonché direttrice di teatri, disegnatrice di gioielli surrealisti, scrittrice e scultrice, e anche cittadina impegnata nella difesa del capitano Dreyfus ingiustamente accusato di spionaggio negli anni a cavallo fra i due secoli: “Guardate con attenzione il suo fascicolo, e constaterete che va perorata la sua liberazione” ingiunse allo scrittore Emile Zola (interpretato da Arthur Igual) che poco dopo redasse su L’Aurore il clamoroso J’accuse!

Non soltanto l’appellativo “La divina” accordarono il pubblico e gli intellettuali dell’epoca all’attrice francese, la cui carriera durò oltre sessant’anni, nata Henriette Rosine Bernard (1844 – 1923) da padre sconosciuto, oltre a “La voce d’oro”, “La scandalosa”, nonché “Mostro sacro”, secondo l’espressione coniata per lei da Jean Cocteau e “tesoro nazionale”.

Quando morì settantanovenne il popolo di Parigi le rese omaggio con funerali grandiosi: il corteo funebre attraversò la città seguito da mezzo milione di persone, sostando nei luoghi emblematici legati al suo nome: la Comédie Française, il Théâtre Sarah-Bernhardt (oggi Théâtre de la Ville), il Théâtre de la Renaissance fino al cimitero Père-Lachaise. Occorsero ben cinque carri per trasportare le migliaia di fiori inviati dagli ammiratori di tutto il mondo.

Il regista Nicloux (nato nel 1966) – cineasta eclettico e che ha al suo attivo, fra gli altri, Una questione privata (2002), L’enlèvement de Michel Houellebecq (2014), Valley of Love (2015) – immergendoci nel mondo fiammeggiante di Sarah Bernhardt, ha inteso proporre non un classico biopic, ma un ritratto originale, diverso dalle ricostruzioni storiche tradizionali, un incrocio fra dramma storico e storia d’amore. Mette così in luce una figura tanto eccentrica quanto visionaria, considerata ancora oggi una leggenda del teatro e, per breve tempo, del cinema mondiale.

“Il cinema non ha l’obbligo di essere autentico – spiega – ma volevo sognare con lei, catturare lo spirito della sua epoca”. Ne risulta un film che unisce storia e poesia, offrendo un ritratto vibrante di una donna libera, geniale e fragile al tempo stesso.
Nel panorama teatrale a cavallo tra XIX e XX secolo, Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse, a cui Pietro Marcello ha dedicato di recente il suo film (Duse), rappresentano due modelli divergenti e spesso contrapposti: la prima costruisce la propria immagine pubblica come un’opera d’arte a sé stante, gestisce la sua carriera come un’impresa, cura la sua visibilità, si presta entusiasta a firmare autografi, prima fra le dive, con l’ausilio della stampa e della fotografia, presentandosi come “la Divina”, in perenne spettacolarizzazione.

Eleonora Duse, al contrario, rifiuta l’esposizione pubblica: non rilascia interviste né va alla ricerca del mito, ma incentra il suo lavoro sull’interiorità e sull’annullamento dell’ego dell’attrice per far emergere il personaggio.
Interpreta magistralmente l’icona indiscussa della Belle Époque, musa ispiratrice di artisti e intellettuali del calibro di Oscar Wilde, Sigmund Freud, Emile Zola e Gabriele D’Annunzio, Sandrine Kiberlain, nominata nel 1995 per il premio César come migliore attrice di Les Patriotes e nel 2004 per 9 mois ferme. Si cala con maestria nei panni della diva dalle molteplici sfaccettature: “devo lasciarmi andare”, confida, così come annunciava Sarah Bernhardt prima di ogni entrata in scena: “lascia in camerino la tua personalità, spoglia l’anima dalle tue sensazioni… devi perdere il tuo io”.

La affiancano attori di grande talento, Grégoire Le-Prince Ringuet nel ruolo di suo figlio Maurice, nato da padre sconosciuto da una Sarah appena ventenne, Amira Casar (la sua amante Louise Abbéma), e in particolare Laurent Lafitte nel ruolo dell’attore Lucien Guitry, il grande amore della vita della “Divina”, al centro del film: in questa relazione Nicloux ci propone un’immagine fatta dei contrasti dell’attrice: da un lato una persona forte, sicura del proprio talento, dall’altro una donna perdutamente innamorata, fragile e vulnerabile, pronta a tutte le concessioni e tutte le bassezze per tenere accanto a sé quello che ritiene essere l’uomo della sua vita. Eppure gli amanti/amante non mancheranno nella vita di Sarah Bernhardt, pioniera dell’emancipazione femminile.

Il film inizia con l’agonia di Marguerite Gauthier di La Signora delle camelie – film muti che aveva interpretato nel 1911 e 1912 – in cui sembra di assistere alla fine annunciata della “Divina”; ma l’attrice sta recitando un’attrice che recita, elemento di originalità del film. Segue l’amputazione della gamba nel 1915, che Sarah affronta con spirito indomito e autoritario, non poca autoderisione nonché battute ironiche e ottimistiche.

Aveva al suo capezzale il già noto commediografo Sacha Guitry, figlio di Lucien il quale invece se ne stava alla larga. Con Sacha si lascia andare ai ricordi della passione tumultuosa e distruttiva per Lucien e dei motivi della loro rottura, attribuendosene la responsabilità. Già privata di un rene e di un polmone continuò a recitare fino alla fine, seduta sul palcoscenico.

Guillaume Lecloux e Nathalie Lethreau hanno scelto di incentrare il racconto intorno a due date chiave nella vita della “divina”: l’amputazione della gamba, per l’appunto, e la giornata della sua consacrazione organizzata dagli ammiratori nel 1895, in occasione della quale il pittore ceco Alphonse Mucha – a cui Palazzo Bonaparte a Roma dedica una retrospettiva in questi giorni – creò un manifesto rivoluzionario in pieno stile Art Nouveau per la rappresentazione teatrale del dramma Gismonda.
Ci forniscono pertanto un ritratto parziale di un’artista dalla fama intramontabile, a tratti ipotetico, più una suggestione che una cronaca, di certo una ricostruzione accurata di un’epoca e di un ambiente effervescenti.


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