La donna che creò la diva. Sarah Bernhardt, vita, arte e glorie in mostra a Parigi

Al Petit Palais di Parigi, fino al 27 agosto, la mostra “Sarah Bernhardt Et la femme créa la star”. In occasione del centenario della sua scomparsa (avvenuta a 79 anni il 26 marzo del 1923) una ricchissima mostra per celebrare non solo una delle più grandi attrici teatrali del XIX secolo, ma anche la direttrice di teatri, la disegnatrice di gioielli surrealisti, la pittrice, scrittrice e scultrice. Nonché cittadina impegnata, come dimostrò anche nel caso Dreyfus …

La voce d’oro, La divina, Il mostro sacro e La scandalosa furono soltanto alcuni degli appellativi che il grande pubblico accordò a suo tempo a Sarah Bernhardt (Parigi 1844 – 1923), nata Henriette Rosine Bernard, fra le più grandi attrici teatrali del XIX secolo nonché del cinema muto nei primi decenni del ‘900, ora celebrata, in occasione del centenario della scomparsa, in una mostra a Parigi intitolata Sarah Bernhardt Et la femme créa la star [E la donna creò la star], allestita al Petit Palais fino al 27 agosto.

Ribelle e indomita, mai temette niente né nessuno. Aveva intrapreso la carriera teatrale all’età di diciotto anni, grazie ai buoni uffici del fratellastro di Napoleone III, il duca di Morny, amante prima della zia poi della madre, il quale le procurò l’ammissione all’Accademia di Arte drammatica di Parigi.

In seguito frequentò il Conservatorio, dove le attribuirono parti secondarie, fino a trionfare nel Ruy Blas di Victor Hugo, rappresentato al Teatro dell’Odéon nel 1872. Un successo che le aprì le porte della Comédie Française, che poi sbatterà con non poco fracasso alcuni anni dopo, insoddisfatta dei ruoli a suo avviso mediocri che le proponevano.

Più di 400 opere di ogni genere vengono a rivelarci la vita e la carriera di questa vera e propria star ante litteram, sempre alla ricerca di novità, “mostro sacro”, come la definì il celeberrimo scrittore, poeta, saggista, drammaturgo, suo amico Jean Cocteau. Tutt’altro che casuale è la scelta della sede, il Petit Palais, che ospita fra gli altri nelle sue collezioni il ritratto della diva realizzato dal suo amante più noto, il pittore Georges Clairin, nonché diverse sculture da lei stessa create: sì, poiché Sarah Bernhardt diresse teatri e disegnò gioielli surrealisti, ma fu anche pittrice, scrittrice e soprattutto scultrice. Un’intera sezione dell’esposizione approfondisce questo aspetto pressoché sconosciuto della vita dell’attrice, con diverse fotografie e dipinti che la raffigurano “all’opera”.

Costumi di scena, fotografie, dipinti, manifesti evocano i principali ruoli interpretati da Sarah Bernhardt… nota come “la più grande attrice del mondo”. Dispositivi multimediali ci permettono di scoprire la sua voce, che ha contribuito alla sua fama e alla sua leggenda.
La sua “voce d’oro” e la sua silhouette slanciata, dai fianchi assottigliati, atipica all’epoca – in cui erano in voga il corpo stretto appesantito da insopportabili impalcature orizzontalmente ingombranti – affascinarono il pubblico tanto quanto il mondo artistico e letterario che le dedicò un vero e proprio culto: fu amica di artisti, musicisti, nonché di scrittori del calibro di Victor Hugo. Prima ancora di avviare il sodalizio con Eleonora Duse, il sodalizio con Sarah Bernhardt rappresentò per Gabriele D’Annunzio la prova inaugurale della sua lunga avventura sulle scene: un’avventura che favorì il rinnovamento radicale dello spettacolo di prosa, e nel libro Sarah Bernhardt e Gabriele D’Annunzio. Carteggio inedito 1896-1919 (editore Ianieri 2005) è raccolta parte dell’epistolario fra venuto a sigillare la loro intesa.

Ispirò il personaggio proustiano di Berma, la grande attrice descritta in Alla ricerca del tempo perduto; e nella sua corrispondenza Marcel Proust più di una volta fece riferimento al personaggio di Sarah, con il nome scritto all’inverso, “Haras”. In ogni sala, la divina ci riserva qualche sorpresa: fu anche cittadina impegnata, frenetica e instancabile, fino a organizzare e dirigere un ospedale da campo nel corso della guerra franco-prussiana del 1870 e a schierarsi apertamente, un ventennio dopo, in difesa del capitano ebreo Dreyfus ingiustamente accusato di spionaggio negli anni a cavallo dei due secoli. E la ritroviamo poi al capezzale dei feriti della Grande Guerra, al fronte per tenere alto il morale dei soldati, nonostante una gamba amputata – ma lei recitava anche seduta -, negli Stati Uniti per sensibilizzare l’opinione pubblica sul destino dell’Europa e sulla necessità dell’abrogazione della pena di morte.

Il repertorio interpretato da Sarah Bernhardt fu vastissimo e la sua arte ispirò letterati e artisti visivi, come il fotografo Nadar e il cartellonista geniale esponente dell’art nouveau Alphonse Mucha: nella sua recitazione il costume di scena, da lei considerato il veicolo attraverso il quale “restituire bellezza e unità al mondo in rivoluzione”, si caratterizzava infatti per una costante attenzione alla purezza formale, alla modellistica del corpo, alla plasticità dell’icona.

Anche i suoi gioielli appartengono, insieme ai costumi, alla storia della cultura e del teatro, così come il bracciale di diamanti regalatole nel 1877 da Victor Hugo e i complementi preziosi dell’abito di Cleopatra, interpretata nel 1890 per la regia di Victorien Sardou. D’altronde il costume che meglio le riuscì fu quello del carattere teatrale che abilmente si ricamò addosso: se sul palcoscenico offriva sogni, non altrettanto avveniva quando si dedicava alla finanza: a più riprese si vide costretta a consegnare i suoi gioielli al Monte di Pietà nei momenti difficili della sua carriera imprenditoriale, che talvolta affiancò a quella di artista con esiti non sempre felici.

Tra le nuove istanze teatrali da lei introdotte va ricordato in primis il travestimento di genere: la convenzione secondo la quale i ruoli femminili potessero essere interpretati da uomini era infatti comunemente accettata, visto anche che per secoli si era vietato alle donne di recitare. Andando contro ogni consuetudine, Sarah Bernhardt interpretò per scelta e con uguale passione anche ruoli maschili impersonando, tra gli altri, Amleto e Pierrot. Le convenzioni di genere non potevano interessarle dal momento che, come sosteneva con forza, “l’attore lascia in camerino la sua personalità, spoglia l’anima dalle sue sensazioni… non può dividersi tra sé e il proprio ruolo; finché resta in scena perde il suo io”.

Molteplici oggetti illustrano la “Sarah intima”, mettendo in evidenza il suo gusto per le eccentricità, l’esotismo e il gotico, che riempirono i suoi appartamenti di tele, sculture, abiti, scarpe, stravaganti oggetti decorativi. Alla fine del percorso, vediamo proiettati alcuni filmati girati a Belle-Île-en-Mer in Bretagna, dove aveva trasformato in residenza un vecchio forte militare, la mostrano in vacanza con amici e famiglia, o intentata a scolpire nel suo atelier.

Morì settantanovenne il 26 marzo del 1923 e il popolo di Parigi le rese omaggio con funerali grandiosi: il corteo funebre, partito dalla sua casa nel XVII arrondissement, attraversò la città seguito da quasi mezzzo milione di persone, sostando nei luoghi emblematici legati al suo nome: la Comédie-Française, il Théâtre Sarah-Bernhardt (oggi Théâtre de la Ville), il Théâtre de la Renaissance fino al cimitero Père-Lachaise. Occorsero cinque carri per trasportare le migliaia di fiori inviati dagli ammiratori di tutto il mondo.
In un primo momento le autorità avevano pensato di organizzare un funerale di Stato, ma subito si ricredettero: si trattava, certo, di una star di fama mondiale e di un’imprenditrice audace, ma era pur sempre una donna! Anche se questa, dal suo metro e cinquantaquattro di altezza, aveva dominato le scene del mondo intero: da New York a Buenos Aires, da Mosca a San Pietroburgo, da Alessandria d’Egitto a Londra e a Berlino, come viene proiettato in una sezione dell’esposizione.