È in un ricamo nelle mani delle donne la storia della Palestina. “Stitching Palestine” un doc per raccontarla

Mentre sono in corso i “Rome Palestine Cinema Days” dedicati al cinema e alla cultura palestinese di cui sono protagoniste, tra gli altri, Carol Mansour e Muna Khalidi col loro ultimo film “A State of Passion“, proponiamo una rilettura del loro film precedente: “Stitching Palestine”  che, attraverso le voci delle donne palestinesi artiste, intellettuali, attiviste, rifugiate, e attraverso i loro gesti, le loro parole e i loro ricami, ricostruisce una “geografia immaginaria” rovesciata, quella della Palestina smembrata e dispersa…

Il Gaza International Festival for Women’s Cinema, appena terminato, è riuscito a portare le loro voci nel mondo, trasformando il cinema in un luogo di resistenza e di libertà.

Non può che essere questo il momento per parlare anche del film precedente delle due autrici, Stitching Palestine (“Ricucendo la Palestina”), e di una poetica che da anni ricuce i fili della memoria, dell’esilio e della resistenza, dando voce alle donne come custodi e narratrici della storia palestinese.

“Alla memoria di Aida Abboud Mansour, che è sempre stata fiera di essere palestinese”: Stitching Palestine è un film che si ascolta con la pelle. È un film che cuce insieme dodici voci di donne palestinesi, artiste, intellettuali, attiviste, rifugiate, e attraverso i loro gesti, le loro parole e i loro ricami, ricostruisce una “geografia immaginaria” rovesciata, quella della Palestina smembrata e dispersa.

Come esplicitato dai titoli di coda, il film ripercorre il progetto “Twelve Windows of Palestine”, ideato da Malak al-Husseini Abdulrahim e realizzato dalle ricamatrici dell’Associazione Inaash nei campi profughi del Libano, con il sostegno della Fondazione Taawon. Dodici finestre, dodici territori, dodici racconti ricamati sulla stessa ferita.

A dare voce a Stitching Palestine è la scrittrice Sahar Mandour, che intreccia la sua voce alle immagini del film: “Ogni punto nasconde una storia, un pensiero, un sospiro. Dentro ognuna di noi, dentro la mappa della Palestina, le storie erano fili che si separano solo per ritrovarsi, che vengono raccontate, poi si nascondono dietro il nodo dell’occupazione”.

C’è una potenza ipnotica in questa tessitura linguistica. Le donne raccontano il loro legame con la terra, con la casa perduta, con le madri e le nonne che ricamavano insieme, sedute davanti all’uscio, cucendo le parole con i fili. “Mentre ricamiamo, parliamo di mille cose”, dice Nazmiyeh Salem, che ho conosciuto nel campo di Mar Elias, a Beirut, durante un viaggio di memoria con l’Associazione “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, fondata dal giornalista Stefano Chiarini. Nazmiyeh ricorda il ricamo di Beit Dajan: “Non so perché, ma sentivo di stare nel cuore della Palestina”.

È nel centro Beit Atfal As-Somoud, nel campo di Mar Elias, che ho visto il film per la prima volta. Il ricamo (nella lingua palestinese tatreez) è il filo che unisce la memoria al presente, il gesto domestico alla resistenza collettiva. In un tempo antico era l’attività delle donne dei villaggi; dopo la Nakba del 1948 è diventato simbolo di autodeterminazione popolare. Le mani che ricamano non riproducono solo motivi decorativi, ma mantengono in vita un territorio scomparso, un alfabeto visivo che le nuove generazioni imparano come lingua madre.

Carol Mansour e Mona Khalidi filmano con rispetto, senza retorica, ogni gesto, ogni sguardo, ogni filo che si tende. Le immagini di stoffe colorate e di aghi che entrano ed escono dalla tela ricordano la pazienza delle contadine, ma anche la capacità politica delle donne palestinesi di trasformare la cura in un atto di resistenza.

È un approccio che richiama quello di Cecilia Mangini, che nel 1965, con Essere donne, aveva portato la macchina da presa dentro le case e le fabbriche per mostrare le mani femminili al lavoro, mani che cucivano, impastavano, sollevavano pesi, mani invisibili nella narrazione ufficiale.

Il suo sguardo, come quello che rivedo nel film di Carol Mansour e Muna Khalidi, era politico ma poetico, capace di scorgere la dignità nel gesto quotidiano e la bellezza nei piccoli movimenti. Cecilia, come Carol e Muna, aveva capito che il lavoro delle donne è una forma di racconto, e che il racconto visivo, se condotto con ascolto e rispetto, diventa testimonianza storica. Lo fece con Essere donne, ma anche nei suoi film etno-cinematografici Stendalì o La canta delle marane, scritti con Pier Paolo Pasolini, dove i riti popolari, i canti e le feste collettive diventavano materia viva di antropologia visiva.

L’atto del ricamare è una forma di autonarrazione, una memoria collettiva tramandata attraverso la manualità e la parola. Come nei documentari di Mangini, la macchina da presa di Mansour non giudica né interpreta: osserva, lascia spazio, ascolta.

La Palestina che emerge dal film è un archivio emotivo. Le donne, intervistate dall’ottobre 2013 al gennaio 2017, parlano di case perdute, famiglie divise, chiavi conservate come reliquie. Ogni racconto è una variazione dello stesso trauma, ma anche un atto di cura. Il gesto del ricamare diventa allora una dichiarazione di esistenza.
“Per me”, dice una delle protagoniste, “il ricamo è legato all’identità nel senso più positivo del termine. Rappresenta l’identità palestinese come la vorrei: artistica, inclusiva, capace di accogliere la diversità”.

Un “thobe” non è solo un abito, ma un racconto che si indossa, una testimonianza vivente della capacità delle donne di trasformare la perdita in arte e l’esilio in linguaggio. Quando Stitching Palestine si chiude, resta addosso il suono dei fili che scorrono, i pensieri delle donne che parlano e cuciono, la sensazione di aver assistito a un rito antico e urgente.
In un mondo che tenta di cancellare la Palestina dalle mappe, Carol Mansour e Muna Khalidi ci ricordano che la memoria non muore, ma continua a tessere, punto dopo punto. “E ogni volta che ricami – , come dice Nazmiyeh – ti sembra di tornare a casa”.


Milena Fiore

Milena Fiore è responsabile dell'area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD). E fa parte dell'Assemblea dei garanti. Opera come video editor e digital archive technician. Ha curato il montaggio di numerosi progetti a carattere storico, politico e sociale, oltre che di live performance. Si occupa anche di formazione e laboratori audiovisivi, in particolare con l'associazione CroMA. Attualmente sta lavorando al film "Shooting Revolution" di Monica Maurer.


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