Sbatti di nuovo il mostro in prima pagina. Arriva al cinema “The Penitent” di Barbareschi-Mamet

In sala dal 30 maggio (per 01 Distribution) “The Penitent” il primo film di Luca Barbareschi girato negli States, da una pièce di David Mamet che ha già portato in teatro. Il regista si ricava anche il ruolo del protagonista: uno psichiatra, di cui assistiamo al declinio dopo aver scelto di non testimoniare a favore di un suo paziente violento, autore di una strage. Centrali i temi cari a Barbareschi:  i legami tra giustizia e religione, le conseguenze delle fake news sulla vita delle persone e i meccanismi perversi della comunicazione, e infine l’essenza stessa della giustizia, del giornalismo, della professione di avvocato e di quella di psichiatra. Già passato a Venezia 2023 …

Produttore, regista, interprete, esegeta e altro ancora, Luca Barbareschi conferma la sua fama di outsider a tutto tondo con un film controcorrente come il personaggio che il Barbareschi medesimo si è un po’ creato da sé, sempre al limite fra vittimismo e autocelebrazione, fra piena adesione e iper-critica al mondo dello spettacolo che frequenta da tempo immemorabile con alterne fortune.

Qui parliamo di un film importante come The Penitent, prodotto appunto dallo stesso Barbareschi con Èliseo entertainment e RaiCinema e già presentato al Festival di Venezia 2023. Ma soprattutto scritto da uno sceneggiatore di lusso come David Mamet, vincitore del premio Pulitzer e autore di sceneggiature che non sono solo opere di ingegno di altissima qualità ma anche meccanismi ad orologeria talmente perfetti da non richiedere alcun lavoro di limatura o di correzione in corso d’opera, come ha tenuto a precisare lo stesso scrittore in un video che ha accompagnato l’anteprima del film (in procinto di uscire in oltre 200 sale) alla casa del Cinema di Roma.

Si può aggiungere che una sceneggiatura di questo genere consente al regista di lavorare con relativa tranquillità e di concedersi taluni virtuosismi che non lasciano indifferente lo spettatore, come nel caso del dialogo serrato tra il protagonista e il suo avvocato in cui la macchina da presa segue gli interlocutori con un movimento avvolgente che non concede loro né tregua né via di scampo.

La storia prende spunto da un fatto di cronaca realmente avvenuto a New York, come tanti che si sono succeduti negli Stati Uniti negli ultimi anni: il raptus di follia che ha spinto un giovane a uccidere vittime innocenti con un’arma da fuoco durante una rappresentazione musicale. Ma, invece di concentrarsi su quella vicenda, sul suo protagonista e sulle implicazioni criminali, legali, psicologiche, o anche politiche di quell’orribile atto, il film vira su un altro protagonista e su alcuni aspetti collaterali, che ben presto conquistano il centro della scena: lo psichiatra che aveva in cura l’assassino e che non è riuscito a fermarne la mano, l’articolo di giornale che lo accusa di omofobia perché l’assassino è un omosessuale e lui ha scritto in un saggio che l’omosessualità è aberrazione, il processo in cui lo psichiatra viene coinvolto sia come esperto sia come parte in causa.

L’accusa si rivelerà poi falsa: con riferimento all’omosessualità, il medico aveva parlato di adattamento e non di aberrazione. Ma ormai il danno è fatto. Trasformato nel vero colpevole dagli assurdi meccanismi della comunicazione, lo psichiatra, insieme all’avvocato che lo consiglia di accordarsi con il giornale per pubblicare la smentita, sa bene che questo non servirà a riparare il danno alla reputazione e alla vita stessa del protagonista. Tanto più che lui stesso si rifiuterà di testimoniare al processo in difesa dell’imputato, come già aveva fatto in casi analoghi, per ragioni che riguardano la deontologia professionale e la fede religiosa (lui è ebreo osservante e un rabbino gli fa da guida spirituale). Nella vicenda rimane coinvolta la moglie che, per ovvie ragioni, è costretta a subire tutte le conseguenze nefaste legate al ruolo del marito e alle scelte da lui compiute.

Una storia del genere non poteva che svolgersi negli Stati Uniti, sia per il tipo di crimini che vengono commessi in quel paese, sia per i meccanismi della giustizia americani che si basano sul processo investigativo e inquisitorio. Per cui sarebbe difficile immaginare altrove un colloquio estremamente drammatico come quello tra il protagonista e l’attorney (il pubblico ministero, interpretato da un magistrale Adrian Lester, qui con orecchini al lobo), che cerca di smascherare i punti deboli e le contraddizioni del protagonista tra fede religiosa e scelte professionali.

Senza rivelare la conclusione, che ad ogni modo mette in causa la vita privata e le amicizie dello psichiatra, c’è tanto di quel materiale in questo film da costringere lo spettatore – come dovrebbero sempre fare il buon cinema e la buona letteratura – a ragionare su una serie di temi di estrema complessità: in questo caso i legami tra giustizia e religione, tra giustizia, religione e professione medica, i rapporti tra medico e paziente e i vincoli del segreto professionale, le conseguenze delle fake news sulla vita delle persone e i meccanismi perversi della comunicazione, e infine l’essenza stessa della giustizia, del giornalismo, della professione di avvocato e di quella di psichiatra. Psichiatra che, come dice il protagonista, viene spesso pagato fior di quattrini per non dire e non fare assolutamente nulla.

A margine va segnalata una delle definizioni più originali e interessanti della malattia mentale, che viene descritta dal protagonista come un atto di estrema umiltà nei confronti del prossimo e di sé stessi. E inoltre una menzione speciale agli interpreti: oltre a Luca Barbareschi, la dolente moglie Catherine McCormack, il già citato Adrian Lester e l’ambiguo avvocato Adam James.