Scene inquiete da un matrimonio. “La storia di mia moglie” e il dramma del bel capitano

In sala dal 14 aprile (per Altre Storie) “La storia di mia moglie” della regista ungherese Ildikó Enyedi. Dall’omonimo romanzo di Milán Füst un dramma sentimentale dalla durata fluviale: quasi tre ore di film diviso in 6 capitoli. Un Capitano d’alto bordo e molto stimato sceglie di sposare una giovane donna seduttiva e sfuggente. Il dramma, non solo della gelosia, è dietro alla porta di casa. Passato in concorso a Cannes 2021 …

Cominciamo dai numeri. Il signor Milán Füst, ebreo ungherese di Budapest nato nel 1888, ci ha messo 7 anni per portare a termine queste scene di alterna sofferenza e piacere da un matrimonio, romanzo di ben 417 pagine uscito nel 1942 che all’epoca non suscitò che un tiepido interesse da parte dei più.

Piacque, invece, all’editore francese Gallimard che, pubblicandolo 16 anni dopo, nel 1958, stimolò il successo de La storia di mia moglie, l’edizione in più di 12 paesi (da noi Adelphi) e, in qualche modo, anche la candidatura al Nobel per l’autore, due anni prima che lasciasse il nostro mondo nel luglio del ’67.

Forse anche per questo, per compensare col tempo la fatica del prolifico scrittore, la conterranea e affermata regista e sceneggiatrice Ildikó Enyedi (Camèra d’or a Cannes nel 1989 con Il mio XX secolo e Orso d’Oro a Berlino nel 2017 con Corpo e anima candidato anche agli Oscar), che per la prima volta ha affrontato un film tratto da un romanzo, ha ritenuto che a una storia del genere fosse opportuno dedicare un tempo assai corposo: quasi tre ore di film diviso in 6 capitoli.

I due protagonisti di queste scene inquiete da matrimonio sono un bel capitano, stimato e alto come quel mare che frequenta da una vita vissuta solo tra uomini e notti sotto le stelle, e una giovane donna seduttiva e sfuggente.

Il tutto parte da un forte mal di stomaco, ma non quello da paura o onda lunga come capita a molti, è una cosa diversa: come se lì il capitano avesse dentro un sasso che gli impedisce di mangiare.

“È il male dei marinai” gli spiega il cuoco di bordo che sforna subito il rimedio: il matrimonio. “Aiuta – dice – io di mogli ne ho tre, chiuse in casa e controllate da mia madre”.

Il Capitano d’alto bordo Jakob Störr è un uomo tutto d’un pezzo: dovere e duro lavoro, capace, in caso di pericolo, di mantenere il controllo anche scegliendo strade rischiose e molto difficili (insomma, tutto il contrario del nostro noto Schettino) così decide, sceso a terra, di sposare la prima donna che sta entrando nel locale dove lui sta in compagnia di un suo amico da sempre.

È una giovane donna niente male che capita. Lizzy è sfuggente, ma non in questa occasione, visto che accetta la proposta senza esitazione.

Un Capitano che conosce il mare avrebbe pur dovuto sapere che non si può controllare l’incontrollabile, e infatti lui lo sa, ma cosa c’è di più rischioso e seduttivo di chi alterna fuga, mistero e presente sensualità?
Lui sceglie il rischio e il tarlo della gelosia, anche perché ben presto entra nel gioco il terzo incomodo (Louis Garrel) per lui ma non per lei, corteggiatore insolente della moglie.

“Se avessi un figlio cosa gli direi?” si chiede il povero Jakob in apertura e chiusura della storia. Probabilmente che la vita è fatta di sopravvivenza tra una tregua e l’altra.
Scene e costumi – siamo negli anni Venti – tra Parigi, mare, navi e Amburgo, sono pregevolissimi.
Il più sensuale momento è quando Jakob conduce Lizzy in un bellissimo tango. In cui non poche o pochi spettatori vorrebbero essere al posto di lei.
Quello più lungo è la ripresa da lontano della scena di sesso a letto tra i due. Durata in tempo reale (se non con uno Slim lo svelto) e inquadrata da una porta come un quadro ottocentesco.

Gijs Naber è bello e bravo come il suo capitano, Léa Seydoux con quel suo viso un po’ abbottato, come se si svegliasse sempre da una notte d’amore, è seduttiva e irritante.
Ma del film fanno parte anche Sergio Rubini, nel ruolo dell’amico cialtrone e traffichino che si arricchisce ad Amburgo, e Jasmine Trinca improbabile e irriconoscibile in quello di seduttrice simil-olgettina.
Presentato in concorso al Festival di Cannes La storia di mia moglie è coprodotto da Ungheria Italia e Germania.