Se sognando l’ abito Dior si fa la rivoluzione. La favola irresistibile della signora Harris arriva in sala

In sala dal 17 novembre (per Universal Pictures) “La signora Harris va a Parigi” di Anthony Fabian. Una fiaba gentile ispirata all’omonimo romanzo del 1958 di Paul Gallico che ha già avuto tanta fortuna da ispirare tre adattamenti televisivi e un musical. Un abito dei sogni, una colf poverissima che lo desidera, un contabile appassionato di Jean-Paul Sartre e uno sciopero dei dipendenti della maison di moda sono il mix irresistibile di questa commedia tutta da gustare. Presentata alla Festa di Roma …

Vi piacciono le fate? Ada Harris è una donna delle pulizie che si fa in quattro nella Londra del 1957 per lustrare le case di signore sciattone o altolocate col braccino corto. Ma è una fata, almeno secondo il Sartre de L’Être et le Néant (L’essere e il nulla), che distingueva tra l’essere “in sé” e “per sé”.

Per capire come l’esistenzialismo incroci il cammino di una vedova di guerra poverissima ma ricca di sogni basta vedere La signora Harris va a Parigi di Anthony Fabian passato recentemente nella sezione “Grand Public” della Festa del cinema di Roma e in sala da noi il 17 novembre.

Il romanzo originario del 1958 di Paul Gallico ha avuto tanta fortuna da ispirare tre adattamenti televisivi e un musical. Il regista scommette sulle scintille dell’incontro tra un’attrice cara a Mike Leigh, Lesley Manville (anche principessa Margaret in The Crown) e la mitica Isabelle Huppert, qui snobbissima direttrice della Maison Dior di Avenue De Montaigne.

Folgorata da un abito da sera della Maison tutto veli e cristalli rosa, ultimo acquisto della riccona avara, Mrs. Harris dopo una piccola vincita al totocalcio trova il coraggio dei sogni, e miracolosamente riesce a raggranellare le 500 sterline necessarie, anche perché il Governo si è deciso a passarle la pensione di guerra del marito con gli arretrati.

Le sue prime guide a Parigi sono i clochards, da Dior sarebbe cacciata con infamia se non sventolasse il suo sudato rotolo di banconote (perché le ricche e famose non pagano volentieri) e se non l’adottasse per simpatia il marchese Lambert Wilson.

È una fiaba gentile, e come tale va presa, ma la colf che sogna l’abito più bello del mondo conquista i cuori di lavoratori della Maison, come un contabile appassionato di Jean-Paul Sartre, che la ospita, come una mannequin che non ama un lavoro tutto apparenza.

Perfino la perfida Huppert, con cui duella fino all’ultimo, rivelerà un lato umano che la giustifica. Nel frattempo però la mite Ada ha guidato un’autentica rivoluzione, trascinando allo sciopero i dipendenti di Dior, illuminando Monsieur Christian in persona su un merchandising più popolare che lo salvi dalla bancarotta e facendo scoppiare l’amore tra il contabile e la mannequin.

L’abito da principessa arriverà inatteso alla fine, non senza l’aiuto dello sciopero degli spazzini che ha riempito di rifiuti le strade di Parigi. Ma il misterioso incastro di questi strani tasselli è il sugo del film. Godimento garantito, anche per i non devoti alla haute couture. I modelli d’epoca però sono uno spettacolo a parte: la costumista Jenny Beavan, che ha lavorato con James Ivory per Camera con vista e più di recente per Mad Max, ha ricreato gioielli iconici dai bozzetti originali Dior anni ’50. Quello sì che era fashion intramontabile!

Fonte Huffington Post