Un buon motivo per ritornare al cinema. “Minari” la famiglia coreana (in Arkansas ) da Oscar

È uno dei film della riapertura dei cinema il 26 aprile: “Minari” gioiello da Oscar (andato all’attrice Yoon Yeo Jeang) del quarantenne americano Lee Isaac Chung, nato in Usa da genitori emigrati dalla Corea del Sud. Una delicata storia familiare, un gioiello autobiografico, un sogno: comprarsi un campo con buona terra e una casa nell’Arkansas dove poter coltivare e vendere verdure ai coreani emigrati in America. In sala con Academy Two, da non perdere …

Melissa Lukenbaugh/A24

Non si poteva pensare a un film migliore per prendersi, finalmente, una boccata d’aria in sala di cinema.
Anche perché l’idea venuta al signor Yi, di abbandonare un lavoro ripetitivo in città per trasferirsi in campagna con famiglia, in questi due anni horribilis di globali arresti domiciliari non deve essere passata a pochi per la testa.

Questa perfetta storia ce la propone in Italia Academy Two con Minari del quarantenne americano Lee Isaac Chung, sconosciuto ai più, che, dopo il debutto al Certain Regard di Cannes del 2007 con l’apprezzato Munyurangabo, non ha abbandonato il cinema per diventare un prof in Usa, come pare avesse per la testa, ma, con questo gioiello in parte (soprattutto ambientale) autobiografico che riteneva il suo ultimo film, dopo il riscontro al Sundance 2020, ai Golden Globe e alle ben 6 nomination agli Oscar, ci ha, per fortuna, ripensato.

La storia è questa: con 10 anni passati in un incubatoio – dove si scopre il culetto dei pulcini per destinare i maschi all’inceneritore (non fanno uova e non hanno un buon sapore) – il signor Yi, nato in Usa, da genitori emigrati dalla Corea del Sud (come il regista e autore del soggetto), decisamente più veloce della luce in questa strana attività (per altro unica – che sappia – ferocemente punitiva nei confronti del genere maschile), era riuscito a farsi un gruzzolo per realizzare il suo sogno: comprarsi un campo con buona terra e una casa nell’Arkansas dove poter coltivare e vendere verdure ai coreani emigrati in America.

Negli anni Ottanta erano, ogni anno, 30.000. A lui bastavano quelli con nostalgie alimentari della loro patria a Dallas.
Era anche l’epoca – lo informerà un impiegato di banca – in cui Reagan voleva che gli agricoltori fossero felici. Progetto che corrispondeva alle sue intenzioni.

Minari parte col trasloco dalla California all’Arkansas.
Jacob guida il furgone con le masserizie, la moglie Monica lo segue guardandosi perplessa intorno in macchina con i due figli: l’adolescente Anne e David di 7 anni.

L’impatto col sognato Eden non sarà dei migliori. La casa è un lungo corridoio su più ruote fissata in mezzo a un campo.
“Di male in peggio” è la reazione di Monica.

Ed è da subito evidente che le fatiche da affrontare, per entrambi, non saranno poche. Con conseguenti liti tra i genitori che i ragazzini tentano di smussare lanciando aereoplanini di carta con scritto: non litigate.

Anche perché alla fatica, si aggiunge la preoccupazione, soprattutto di Monica, per il piccolo David che ha problemi di cuore.
La lontananza dal primo centro abitato, da vicini, e in prima cosa dall’ospedale, non è una cosa, in questo caso, che aiuta.
La mediazione tra i due sarà invitare a vivere con loro la mamma di lei. L’arrivo dalla Corea di una nonna, per i nipoti, fino allora, conosciuta solo in fotografia, contribuirà a regalare alla storia uno sprint particolare.

Per il piccolo David, che sarà pure costretto a dormirci insieme, non è una nonna normale. Le nonne vere, secondo lui, fanno biscotti, non dicono parolacce, non portano mutande da uomo. Lei invece è proprio così. Arriva e trova divertente la lunga-lunga casa sulle ruote, anche se un uragano da quelle parti la potrebbe far volare facilmente.

Svuota la sua valigia con dentro acciughe, un bel saccone di peperoncino in polvere e di semini di minari (simil crescione dal sapore forte) che non a caso danno il titolo al film. Regala a David una castagna masticata e un mazzo di carte, segue seduta a terra la tv, in prevalenza pugilato, e, senza un briciolo di attenzione psicologica, lo chiamerà pisellino rotto davanti a tutti.

Combinerà un bel po’ di guai. Ma la sua “diversità” avrà come il minari anche effetti decisamente benefici. Pure sul genero convinto che “i coreani pensano solo con la loro testa e non pagano mai per qualcosa che possono trovare da soli”.
Film di perfetta scrittura (cui non a caso è andata una candidatura insieme alla regia), con interpreti in grado di reggere e raccontarsi inseguiti da una corolla di primi piani contenuti e formidabili.
Esenti da sbavature.

L’Oscar come miglior attrice non protagonista è andato a Yoon Yeo Jeang, che interpreta la nonna, mentre una nomination è per Steven Yeun, il signor Yi della storia, ma gli altri non sono da meno: la moglie Han Ye-Ri; la responsabile figlia adolescente Noel Kate Cho; Paul Will Patton qui sciamannato vicino, stakanovista quanto a pala e trattore, fissato con religione ed esorcismi; e soprattutto Alan S. Kim, un indimenticabile David di 7 anni, pungente, ironico, figlio minore con soffio al cuore cui va’ il mio personale Oscar.

Tra l’altro è lui che apre il film in primo piano, che ci presenta la sua graziosa famiglia e che ringrazia chi vedrà Minari.
PS: non è un film drammatico, come da presentazione. Direi piuttosto di neorealismo tragicomico. Come è spesso la vita.