Un “fiore del deserto” contro l’infibulazione

In sala il film di Sherry Hormann dedicato alla vita di Waris  Dirie, ragazza  nomade nel deserto somalo, top model braccata dal successo, ambasciatrice all’Onu per i diritti delle donne. Dall’omonima autobiografia pubblicata da Garzanti…

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Ricordatevi gli occhi delle bambine coraggiose: saranno gli occhi che vedranno cambiare il mondo.
Waris Dirie ha occhi neri, intensi, netti come pietre preziose. Waris è una bambina somala, di una famiglia di nomadi con dodici figli, vita povera e tradizioni crudeli, senza rispetto: a 3 anni subisce l’infibulazione, a 13 anni il padre la vende ad un uomo di 60. Ma Waris, appunto, è coraggiosa: si ribella a questo “matrimonio”, fugge nel deserto ed affronta un lungo e folle viaggio, quasi interamente a piedi; sfugge anche ad uno stupro, per arrivare ormai senza forze fino a Mogadiscio.

Dopo la fuga, per lei, ripudiata dalla famiglia, c’è solo la possibilità di andare a Londra, da un lontano zio ambasciatore. Lì la indirizza infatti una nonna molto compassionevole, che ammira la sua determinazione. A Londra, viene trattata da sguattera ed anni dopo, quando è ormai già grande, l’ambasciatore viene improvvisamente richiamato in patria. Waris si ritrova così, senza sapere una parola d’inglese, a vivere in strada, di espedienti e di scarti rimediati nei cassonetti.

L’amicizia con la commessa di un negozio, burbera ma affettuosa, la salva dalla solitudine e dal peggio, la casuale conoscenza con un fotografo, lo stravagante, ma molto stimato nell’ambiente, Terry Donaldson, la porta poi a posare e a divenire in breve tempo, e con suo grande stupore, la Waris Dirie, celebre fotomodella conosciuta in tutto il mondo. waris_dirie_fiore_del_deserto

La celebrità però non l’affranca dalla burocrazia. Mentre tutte le strade di Londra ospitano mega manifesti con la sua immagine di una campagna pubblicitaria, rischia infatti il rimpatrio perché la sua permanenza nel Regno Uniti appare da clandestina. Solo un matrimonio inventato e poi un altro di convenienza, con un tizio dall’equilibrio psichico molto precario, la salveranno, infine dall’espulsione.

Divorziando dal marito “di convenienza”, che comincia a diventare anche violento, Waris acquista finalmente una sua stabile libertà: torna in patria per una visita, ritrova la madre e prosegue poi la sua fulgida carriera di top model.
Mentre la solitudine fatta di preparativi di sfilate, di session fotografiche, di asettiche camere di albergo lussuosi, l’accompagna, i suoi occhi risoluti perdono però sempre più lucentezza. Indugia, comincia, tra un lavoro e l’altro, un viaggio interiore che la conduce laddove si origina la sua ribellione.

“Aspiri a diventare una modella?”, gli aveva chiesto Donaldson quando, dopo molto tempo dall’invito che le aveva rivolto, si era presentata finalmente nel suo studio. “Aspiro ad una vita migliore”, aveva risposto con la sincerità dei fatti la Waris stanca di un lavoro insignificante in un fast food e di una camera in affitto. Ma adesso, adesso che la vita migliore l’ha avuta, si rende conto che deve tornare ad essere se stessa, e non solo l’immagine da copertina delle riviste di moda di tutto il mondo. Deve trovare la propria anima.

Sa da dove partire. L’ha capito molto bene, da sola, poi a Londra, ad una visita ginecologica ha avuto tutte le conferme che cercava. Deve ripartire da quella mutilazione dei genitali che ha subito, a soli 3 anni, su una pietra, per mano di una praticona, con la madre a tenerla stretta per rispetto dovuto alla tradizione.

Ecco, ci siamo: sono solo in tre. I tre personaggi di una tragedia. In una radura pietrosa, isolata. Tagli. Mani che tengono fermo un corpicino che cerca di divincolarsi. Sangue. L’urlo autenticamente straziante della bambina. Il piccolo gruppo che va via, con la bimba fasciata e piangente. Sulla roccia restano le parti giudicate “impure” della bimba, lasciate per il pasto degli avvoltoi.

La mostruosa pratica del mutilare, cucire, lasciare poi che sia lo sposo a scucire la vulva è tutt’ora in atto in molte parti dell’Africa. Una didascalia del film ci informa che sono migliaia le bambine che ogni anno subiscono questo spersonalizzante trattamento.
Waris Dirie decide allora, con “coraggio”, di divenire uno strumento di lotta contro questa atavica, deprivante follia. Rilascia interviste, va persino alle Nazioni Unite a dare la sua testimonianza e a farsi promotrice del movimento internazionale contro l’infibulazione. Il Segretario generale dell’Onu Kofi Annan, la nomina ambasciatrice delle Nazioni Unite per la lotta contro le mutilazioni genitali femminili.

Gli occhi di bambine caparbie, tenaci e coraggiose quanto e più di Waris, e quelli stessi di Waris, vedranno il mondo cambiare e così cancellare il pianto di milioni di altre bambine: alcune nazioni africane hanno cominciato a vietare l’infibulazione, diffusa purtroppo anche in Europa ed in America, nelle zone di maggiore emigrazione da quel continente. Una lunga lotta di civiltà, che non deve interrompersi. Della quale si parla purtroppo troppo poco.
La vita di Waris Dirie, una “vita da film”, già raccontata nell’autobiografico volume Fiore del deserto, edito da Garzanti, è diventata una pellicola che arriva in Italia con un po’ di ritardo – è del 2009-, per K2 Film– Ahora! Film, una coproduzione Regno Unito, Germania, Austria, diretta da Sherry Hormann e con la bellissima Liya Kebede come protagonista.