“Una battaglia dopo l’altra” fa il pieno agli Oscar. Jessie Buckley miglior attrice per “Hamnet”
È anche il cinema letterario a trionfare agli Oscar numero 98, di scena al Dolby Theatre di Los Angeles nella notte fra il 15 e 16 marzo. La commedia politica in agrodolce, Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, tratto da Vineland di Thomas Pynchon conquista sei statuette. Jessie Buckley è la miglior attrice per “Hamnet” dal romanzo storico di Maggie O’Farrell. Il favorito “Sinners – I peccatori“, ben più urticante horror politico di Ryan Coogler, si ferma a quattro statuette. Solo Javier Bardem invoca “Palestina Libera” e “No alla guerra”, la politica resta fuori come resta fuori dall’Oscar al film internazionale …

La commedia in agrodolce di Una battaglia dopo l’altra fa il pieno di Oscar. Quella più urticante di Sinners – I peccatori, partita dall’entusiasmo di un record storico di 16 nomination, si ferma a quattro statuette. È in questo scarto che si legge la vera storia politica degli Academy Awards di quest’anno.
Il film di Paul Thomas Anderson, tratto dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon, conquista sei premi — (miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista a Sean Penn, miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio, miglior casting) — trasformando la sua dark comedy sugli ex rivoluzionari americani in una sorta di compromesso perfetto tra satira politica e grande spettacolo. È una politica raccontata con ironia, filtrata dal disincanto e dalla nostalgia per le utopie degli anni Settanta: un racconto che sfiora il presente americano senza affondare il coltello.
Molto più radicale, invece, il progetto di Ryan Coogler. Sinners – I peccatori, ambientato nel Mississippi segregazionista del 1932 tra Ku Klux Klan, vampiri e memoria afroamericana, usa l’horror come lente politica feroce. Il film mette in scena la genealogia della violenza razziale americana mentre nel presente le piazze sono attraversate dalle proteste contro la brutalità della polizia. È un cinema che non alleggerisce il conflitto ma lo esaspera, trasformando il genere in metafora della storia americana. Quattro le statuette che porta a casa: miglior sceneggiatura originale, miglior attore protagonista a Michael B. Jordan, miglior colonna sonora a Ludwig Göransson, miglior fotografia ad Autumn Durald Arkapaw che entra nella storia: è la prima donna e prima donna afroamericana a vincere l’Oscar in questa categoria.
Da annotare come questa edizione numero 98 degli Oscar ha sottolineato, anche, il peso crescente degli adattamenti letterari.
Se il film vincitore nasce dal romanzo di Pynchon, anche il premio per la miglior attrice protagonista è andato a un film tratto da un libro: Hamnet di Chloé Zhao, adattamento del romanzo di Maggie O’Farrell.
La protagonista Jessie Buckley ha vinto l’Oscar — miglior attrice protagonista — per la sua interpretazione nel dramma storico dedicato alla moglie di Shakespeare e alla perdita del figlio.
Se la politica è stata protagonista nei film vincitori, sul palco del Dolby Theatre, invece, è rimasta in sordina. Il conduttore Conan O’Brien ha scherzato sull’intelligenza artificiale definendosi «l’ultimo presentatore umano degli Oscar» e ha sfiorato con ironia il caso Epstein.
I momenti più espliciti sono arrivati da Javier Bardem con la scritta “Palestine libera” e “No alla guerra”, mentre il team del documentario Mr. Nobody Against Putin ha denunciato i governi che «uccidono i propri cittadini nelle strade». Nel backstage il regista David Borenstein ha poi paragonato la situazione americana a quella russa, sostenendo che la deriva autoritaria negli Stati Uniti starebbe avanzando «più rapidamente di quanto accadde nei primi anni di Putin».
L’Iran di Un semplice incidente, la Gaza di La voce di Hind Rajab e l’Argentina di The Secret Agent, dai temi fortemente politici restano al palo. Come miglior film internazionale l’Academy ha preferito la commedia sentimentale Sentimental Value di Joaquim Trier.
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