Una lacrima ma nessun rimorso. La battaglia per l’eutanasia nel film combattente di Jo Coda

Il nuovo film di Giovanni Coda, “Storia di una lacrima”, al cinema Farnese di Roma dal 12 ottobre dopo la vittoria al New Renaissance Film Festival di Londra. Il regista s’ispira al libro di Welby (“Ocean Terminal”, Castelvecchi) a modo suo, con una trasposizione peculiare: non è un adattamento narrativo ma una messa in immagine, che evoca la vicenda di Piergiorgio fino alla morte nel 2006, con la grande battaglia per l’eutanasia legale più che mai attuale….

“Un giorno il mio medico potrà dirmi: prova ad alzarti e adesso cammina”. È una riflessione di Piergiorgio Welby, una scheggia di pensiero nella sua testa, mentre respinge i miracoli della religione e invoca quelli della scienza. Ma non oggi.

Nel nostro tempo Welby è affetto da distrofia muscolare progressiva, come racconta nel libro Ocean Terminal curato da Francesco Lioce (Castelvecchi, 2016), ora portato sullo schermo da Giovanni Coda nel suo ultimo lavoro, La storia di una lacrima. Non è la prima volta che Piergiorgio Welby, scomparso nel 2006, diventa film: lo avevano fatto anche Livia Giunti e Francesco Andreotti in un magnifico documentario del 2015, Love is all, “commentato” dalle poesie dello stesso Welby.

Adesso è la volta di Jo Coda: regista, sceneggiatore e fotografo, autore di installazioni fotografiche in alcuni dei maggiori musei internazionali. E artista con una cifra ormai riconoscibile: come abbiamo visto ne Il rosa nudo (2013), ispirato alla vita di Pierre Seel, deportato dai nazisti perché omosessuale, la sua non è una semplice trasposizione di un libro, tutt’altro.

È una messa in immagini: non rappresenta la sostanza narrativa del testo che prende in considerazione, bensì lo evoca, lo rende un umore. Lo dipinge attraverso l’immagine. Il cineasta descrive così l’ibridazione dei linguaggi: “Danza, musica, teatro, fotografia, cinema, documentario filtrano un mondo fatto di voci, corpi, memorie, desideri, sofferenze (…). È un film sui diritti, sull’identità, sulla vita e sulla morte, inestricabilmente abbracciate”.

Come era per Seel, avviene dunque per Welby: sullo sfondo di visioni a colori o in bianco e nero guardiamo corpi nudi che danzano, giovani e maturi, senza distinzioni, e attori che si muovono su un palcoscenico, uniti dal filo rosso di un uomo alla guida che racconta la storia di una lacrima, quella del titolo, riportata dallo stesso Welby. Le canzoni, cantate dagli stessi attori, dialogano apertamente con la storia che si racconta: come Non, je ne regrette rien di Edith Piaf, perché anche Piergiorgio Welby nella sua parabola non può avere alcun rimorso.

Nella voce fuori campo scorrono intanto brani del libro, ovvero le righe con cui Welby descrive la propria condizione: la scoperta giovanile della malattia, la condanna dei medici mai eseguita (“Dovevo morire a vent’anni”), il pellegrinaggio alla ricerca di una cura, quindi il passaggio dentro il Sessantotto e il movimento studentesco, poi la vita quotidiana con la degenerazione progressiva. Fino all’inizio della grande campagna politica, per la legalizzazione del testamento biologico e dell’eutanasia in cui Welby decide di sfidare la norma (“Mi autodenuncio: voglio essere processato in tribunale”), riflettendo sulla differenza tra la legge e ciò che è giusto. Pensate oggi a Mimmo Lucano.

Il film dunque si dispiega tra balli e canti, sfruttando le ottime e versatili prove degli attori (tra cui
Sergio Anrò, Bruno Petrosino e Gianni Dettori), mentre Piergiorgio inchioda alla sostanza della vicenda con note brucianti, spiegando fuori da ogni ideologia cosa sono l’accanimento terapeutico e la negazione della libertà: “La morte non mi piace, mi fa orrore. Ma ciò che mi è rimasto non è più vita: è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche”.

E ancora: “I nostri corpi hanno bisogno di libertà per la ricerca scientifica, non posso aspettare le scuse di uno dei prossimi Papi”. Questione chiusa? No, più che mai attuale, apertissima, persino disturbante perché ci costringe al confronto con le nostre responsabilità. A guardare Welby negli occhi, attraverso lo sguardo immaginifico del cinema di Coda.

La storia di una lacrima dopo l’anteprima USA al Social Justice Film Festival di Seattle sarà al cinema Farnese di Roma, martedì 12 ottobre alle ore 21. Saranno presenti Mina Welby, co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, Francesco Lioce e il critico cinematografico Adriano Aprà. L’evento è inserito nella programmazione di V-Art Festival Internazionale dell’Immagine d’Autore: resterà in programmazione al Farnese dal 12 al 17 ottobre, per poi arrivare nel prossimo futuro anche a Cagliari e Torino.