#unannosenzaspettacolo. Da Milano a Napoli la protesta dei lavoratori del settore nelle piazze d’Italia

A un anno dalla chiusura delle sale e dalla calata dei sipari, il 23 febbraio lo spettacolo ha invaso le piazze di tutta Italia: la voce delle lavoratrici e dei lavoratori del settore si è levata come un grido di dolore, ma soprattutto di battaglia.
La mobilitazione nazionale a difesa dei diritti dei lavoratori e del diritto alla cultura si è svolta in ricordo di Omar Rizzato, imprenditore titolare della Hubble Eventi di Cinto Euganeo, in provincia di Padova, che sabato scorso si è tolto la vita nella sede della sua azienda: una tragedia che diviene un simbolo e una bandiera per un settore mai come adesso afflitto dall’“assenza di prospettive, riconoscimento e dignità”.
A Roma, a Palermo e a Verona sono stati organizzati comizi davanti alle porte chiuse dei teatri, mentre a Milano gli studenti si sono uniti ai lavoratori per occupare l’ex cinema Arti di via Mascagni, e riprendere in mano i propri “spazi fisici, politici e di partecipazione”. In molte città – come a Genova, Firenze, Torino – le esibizioni di orchestrali, ballerini e attori si sono mescolate a cortei arrabbiati e a striscioni, che a Napoli sono culminati in un blocco stradale vicino al teatro Mercadante.
Tutte le manifestazioni –riunite nel movimento “Professionist* Spettacolo e Cultura – Emergenza continua” e raccolte sotto l’hashtag #unannosenzaspettacolo –, sono confluite in un’unica, fondamentale richiesta alle istituzioni: quella che lo Stato prenda provvedimenti concreti a tutela della “sopravvivenza e della dignità di centinaia di migliaia di persone, che non possono dipendere dalle intemperanze del potere politico”.
Per lo spettacolo, investito “da un livello di precarietà senza precedenti”- afferma il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, in piazza a Roma–, c’è un problema di “tutela del reddito, ma anche di garanzia di diritti minimi dei lavoratori”. La Cgil ha dunque chiesto di “investire sulla cultura e sullo spettacolo” – invitando a non sprecare gli aiuti previsti dal piano di recovery europeo – e a introdurre per ogni territorio “i livelli essenziali di cultura”. Oltre ai sindacati, anche i sindaci di Firenze Dario Nardella, di Napoli Luigi de Magistris e di Verona Federico Sboarina hanno fatto sentire il loro sostegno, insistendo sul fondamentale valore economico della cultura, che nelle città d’arte permette di generare migliaia di posti di lavoro.
La pressione proveniente da tutte le piazze – scrivono sulla loro pagina Facebook i Professionist* Spettacolo e Cultura – ha permesso che si concretizzasse un incontro tra una delegazione dei lavoratori e il Presidente della Camera Roberto Fico, il quale “ha ascoltato le rivendicazioni, le istanze, le proposte e le ha prese in carico, garantendo la sua disponibilità a fare da tramite con i Ministri competenti allo scopo di calendarizzare il più rapidamente possibile una data del Tavolo Interministeriale”.
Le lavoratrici e i lavoratori sono così riusciti ad avere un primo confronto con il Governo e a consegnare il Documento steso dalla loro rete, nel quale si legge anche la richiesta di “sblocco immediato ed erogazione dei ristori rimasti in sospeso nelle ultime settimane di instabilità governativa”, di una “progettazione e messa in atto di tutte le misure relative ai protocolli di sicurezza” in vista della riapertura, e del “sostegno delle piccole e medie realtà che si occupano di spettacolo e cultura”.
Un altro punto fondamentale, sul quale insiste Stefania Brai, Responsabile nazionale cultura di Rifondazione Comunista – partito al fianco dei lavoratori nella mobilitazione –, è il riconoscimento del “carattere intermittente del lavoro culturale”, emerso in maniera ancora più lampante nel corso di quest’anno: “il lavoro apparentemente ‘sommerso’ è in realtà lavoro a tutti gli effetti e come tale deve essere remunerato e tutelato”.
Per rimettere al centro la cultura e liberare la sua produzione dalle logiche economiche e di mercato, è allora necessaria un’immediata “riforma strutturale, formale e fattuale” che sia in grado di garantire e proteggere in primo luogo i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, e non soltanto quelli dei grandi enti e delle grande aziende.
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