“Tutte a casa”: doc collettivo delle (e sulle) donne nell’Italia del virus. Se non ora, quando?

Maria Antonia Fama, attrice e autrice del collettivo “Tutte a casa”, ci racconta il progetto per il doc partecipato sulle donne al tempo del Coronavirus, tra cambiamenti nel lavoro e nella vita personale. Il racconto prende forma attraverso gruppi di lavoro coordinati telematicamente e la raccolta di testimonianze video, inviate da ogni donna interessata a condividere la propria esperienza. “Un esperimento – dice – , un fondamentale momento di confronto del cinema e dello spettacolo con quello che sarà inevitabilmente uno spartiacque per la condizione femminile (e non solo) nella nostra società, anche dopo la fine dell’emergenza” …

“Аėlita” (1924) di Jakov Protazanov dall’omonimo romanzo di Aleksej Tolstoj. È il primo kolossal di fantascienza sovietico

 

Tutti a casa s’intitolava il film di Luigi Comencini sui nostri soldati catapultati improvvisamente in un’altra Italia, dopo l’armistizio del ’43. Tutte a casa s’intitola, oggi, il progetto partecipato per un racconto collettivo della condizione femminile durante l’emergenza Coronavirus, che ha proiettato d’un tratto milioni di donne in un’altra Italia, in un altro mondo, in un’altra qualità di esistenza.

Emblematico crocevia comune, le rispettive abitazioni. A casa e da casa, allora, nasce un documentario corale, portato avanti da un gruppo di lavoratrici dello spettacolo (registe, attrici, autrici, montatrici e altre ancora) che ha lanciato una call tramite l’indirizzo tutteacasa@gmail.com, cui ogni donna interessata può inviare (tramite Wetransfer) brevi video sulla propria esperienza. In meno di una settimana, sono già arrivate più di mille testimonianze di donne di ogni età e condizione. Le informazioni e gli aggiornamenti si trovano sulla pagina facebook TUTTE A CASA- Donne, Lavoro, Relazioni ai tempi del Covid-19.

Il progetto parte al principio della quarantena, come ci racconta Maria Antonia Fama, attrice e autrice del collettivo “Tutte a casa”: «Il mondo dello spettacolo, il mondo del cinema, del teatro, si sono fermati dall’oggi al domani». Tra le donne del settore, però, «abituate a lavorare di fantasia, a fare di necessità virtù», è nato un confronto reciproco su gruppi facebook come “Mujeres nel Cinema”. Su quest’ultimo, il 13 marzo, la montatrice video e operatrice culturale Cristina D’Eredità ha lanciato l’idea di un docufilm che narrasse, da un punto di vista plurale e femminile, le tante sfaccettature della nuova situazione.

«Ci siamo sentite, ci abbiamo ragionato», prosegue Fama, «e ne è nato un gruppo di lavoro» volto a costruire «un doc collettivo che venisse dalle case delle donne», mostrandone i vari modi di vivere «questo isolamento forzato, attraverso due direttrici: il tema del lavoro e la dimensione personale».

Ci sono infatti «donne che non possono più lavorare, come quelle dello spettacolo, donne che possono lavorare da casa attraverso lo smart working, donne che invece continuano a recarsi sul posto di lavoro». E, accanto alle dinamiche professionali, ci sono quelle affettive e familiari, c’è lo stesso rapporto col proprio corpo e la propria identità.

All’interno del collettivo «ci siamo divise in gruppi: chi si occupa dei testi, chi della regia, chi di raccogliere i video». Questi ultimi possono essere «video descrittivi degli spazi e delle attività quotidiane» o «video diari che documentino il trascorrere dei giorni e i mutamenti della situazione, lavorativa e personale».

Tanti gli spunti offerti (in forma di domande) per le auto-narrazioni: «Come sono cambiate le nostre abitudini?». «Lo consideriamo un tempo ritrovato, oppure, al contrario è un tempo per noi vuoto, di attesa?». «Le nostre famiglie sono vicine o lontane?». «Come raccontiamo ai nostri figli cosa accade?». Poche ed essenziali, invece, le indicazioni tecniche per girare i filmati (con smartphone, iPad, reflex, videocamera): lunghezza massima di cinque minuti, formato orizzontale, ripresa degli spazi sia interni che esterni della quarantena, attenzione all’audio e a mettersi in favore della luce.

Si tratta dunque, ci spiega Fama, di «un esperimento» anche sul piano tecnico e formale: per i tanti materiali che arrivano da persone diverse, con cui «a volte si crea uno scambio che diventa quasi quotidiano, una relazione dove si condividono pezzi di vita mentre si costruisce una regia, o una narrazione, a distanza e partecipata». Ed è parimenti una scommessa la modalità di interazione del collettivo, attraverso i telefoni e i social, positivamente reinventati: «i tanti gruppi whatsapp, che nel corso della vita “normale” si ha voglia di “silenziare”, diventano un utile strumento di lavoro e confronto».

Ma Tutte a casa è, soprattutto, un fondamentale momento di confronto del cinema e dello spettacolo con quello che «sarà inevitabilmente uno spartiacque» per la condizione femminile (e non solo) nella nostra società, anche dopo la fine dell’emergenza. «E lo sarà nella misura in cui, mi auguro, faremo tesoro di quello che stiamo vivendo»: in termini di consapevolezza dei diritti delle lavoratrici, di strumenti utili ma «a doppio taglio» come lo smart working, di realtà tragiche come le violenze domestiche che questa fase sta aggravando.

«Adesso il compito di tutti noi che facciamo questo lavoro è di raccontare il presente, e ciò che avremo, alla fine, con Tutte a casa sarà un piccolo pezzo, collettivo e partecipato, di un grande puzzle di racconti, che il cinema e lo spettacolo offriranno e stanno già offrendo, su che cosa sono stati questi giorni». Partecipazione, dimensione collettiva, identità che si ridefiniscono. Forse proprio da questi elementi potrà e dovrà ripartire il cinema dalle macerie della pandemia. Forse sta già ripartendo.