Verso l’Oscar. Con le parole della grande rabbia, dal Libano al Missouri
Due magnifici film in corsa per l’Oscar 2018: “L’insulto” e “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” hanno in comune l’hybris, in greco antico insolenza, tracotanza, prepotenza, insulto, oltraggio. Parole scagliate come pietre rievocano nel film libanese la grande rabbia per la storia passata, le guerre civili e i massacri di Sabra e Chatila. E le parole scritte sui manifesti scatenano un crescendo di rabbie reciproche tra Mildred, la popolazione, la polizia. E alla fine resta il dubbio che la rabbia e la vendetta non paghino, mentre l’Hybris sonnecchia…

Hybris, in greco antico, vuol dire insolenza, tracotanza, prepotenza, insulto, oltraggio; e il verbo corrispondente, hybrizein, contiene tra i suoi significati l’azione dello stupro. Ci sono in giro due magnifici film che hanno in comune la hybris: il primo, fin nel titolo, L’insulto del libanese Ziad Doueiri; il secondo, Tre manifesti a Ebbing, Missouri del commediografo e regista di origini irlandesi Martin McDonagh, nello stupro che muove la rabbia della madre della ragazza «oltraggiata». Tutte e due le vicende raccontate hanno, come fattore scatenante «un’azione ingiusta o empia avvenuta nel passato, che produce conseguenze negative su persone ed eventi del presente».
Ne L’insulto un banale battibecco provocato dalla rottura di un tubo sfocia nell’insulto che Yasser (palestinese) rivolge a Toni (libanese cristiano). In un crescendo di parole scagliate come pietre i due offendono reciprocamente le proprie identità e quelle dei rispettivi popoli, passando dal conflitto personale a quello sociale, politico, etnico e religioso, uno dei tanti che ha infiammato – e ancora non è sedato – il Libano e la più vasta regione mediorientale.
Più che la piccola rabbia scatenata in Yasser dall’incidente, oltre la tracotanza e l’orgoglio nel non chiedere scusa di Toni, oltre le violenze in cui degenera la lite successiva e oltre la causa che si trascina in tribunale, al centro del film c’è la grande rabbia, l’hybris, scatenata proprio dalle azioni empie e ingiuste della storia passata: dalle guerre civili ai massacri di Sabra e Chatila.

In Tre manifesti a Ebbing, Missouri la protagonista, Mildred, affitta tre tabelloni pubblicitari ai bordi della strada che porta nella cittadina e vi affigge sopra altrettanti manifesti che accusano l’inerzia della polizia locale (segnatamente dello sceriffo Willoughby) nel ricercare e perseguire il colpevole dello stupro e dell’uccisione, avvenuti un anno prima, della figlia Angela.
Il crescendo di reazioni e controreazioni a quelle parole stampate sui manifesti (ne L’insulto le parole erano pronunciate) sono un crescendo di rabbie reciproche tra Mildred, la popolazione, la polizia: violenze, pestaggi e roghi dominati da un’Hybris (stampata nel Dna di quel lontano stupro) ritornante, incoercibile e rispetto alla quale la legge appare, più che impotente, indifferente.
La catastrofe, come in ogni tragedia che si rispetti segna il precipitare dei conflitti e degli orgogli ma alle catastrofi cinematografiche non è scontato che segua – nonostante i dettati dell’happy end hollywoodiano – la catarsi, e in questi due film accade meno che mai.
Ne L’insulto, il giudizio della legge «assolve» uno dei due contendenti ma lascia drammaticamente aperta la contesa tra popoli e etnie. In Tre manifesti a Ebbing, Missouri i due contendenti, sfiancati dalle rispettive hybris (personali e sociali) sembrano allearsi per incanalarle verso il vero colpevole dello stupro che tutto ha scatenato. Ma il dubbio che la rabbia e la vendetta, alla fine, non paghino, li lascia sospesi e incompiuti nel loro viaggio catartico. Hybris, intanto, sonnecchia…
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