Brian Selznick: “I miei romanzi muti, nati col cinema di Méliès”

In attesa di La stanza delle meraviglie” di Todd Haynes, nelle sale dal 14 giugno (per 01 Distribution), pubblichiamo un’intervista a Brian Selznick autore del libro a cui è ispirato il film, fatta da Renato Pallavicini nel 2008 per l’Unità. Allora non era ancora certo che Martin Scorsese avrebbe tratto dal suo “romanzo muto”, Hugo Cabret, una nuova pellicola …

Esce nelle sale giovedì 14 giugno “La stanza delle meraviglie, di Todd Haynes (Lontano dal Paradiso, Carol) con Julianne Moore, Oakes Fegley, Millicent Simmonds). Il film è tratto dal romanzo di Brian Selznick pubblicato nel 2011. Un romanzo grafico (non un graphic novel, non un fumetto tradizionale), piuttosto un «silent novel» in cui a brevi pagine di testo si alternano fitte pagine di disegni senza parole.

Così definii il suo libro precedente “La straordinaria invenzione” di Hugo Cabret (dal quale trasse il suo film Martin Scorsese). La definizione di «romanzo muto» piacque molto a Brian Selznick che intervistai per l’Unità, nel 2008, in occasione del festival Minimondi che si tenne a Parma. Allora, ancora non era certo che dal libro di Selznick si sarebbe realizzato un film e che a dirigerlo sarebbe stato proprio Scorsese.

Ecco che cosa ci raccontò Brian Selznick nel febbraio del 2008.

Hugo Cabret

La straordinaria invenzione di Brian Selznick è il romanzo «muto», come il cinema di Georges Méliès, protagonista incognito e svelato a metà libro de La straordinaria invenzione di Hugo Cabret (Mondadori, pp. 544, euro 18). Un romanzo che è uno strano pastiche tra letteratura, fumetto, illustrazione e, soprattutto, cinema. Brian Selznick è in questi giorni in Italia per presentare il suo libro e ha iniziato il suo tour da Parma, dove è ospite di Minimondi, il festival di letteratura e illustrazione per ragazzi giunto alla sua ottava edizione.

Hugo Cabret è un ragazzo orfano che vive nascosto in una stazione di Parigi; e di nascosto continua a «mantenere in vita» gli orologi pubblici che il padre morto, orologiaio, curava. Ma il vero sogno di Hugo è riuscire a riparare un automa che suo papà gli ha lasciato prima di morire e che, rimesso in funzione, dovrebbe rivelare, scrivendolo su un foglio, il nome del suo creatore. Alla ricerca di ingranaggi e molle mancanti, Hugo, ruba dal negozio di un giocattolaio i meccanismi di vecchi giocattoli, affiancato nella sua impresa dalla tenera Isabelle. E saranno proprio i due ragazzi, tra mille peripezie, a scoprire la vera identità del burbero negoziante che altri non è che Georges Méliès, pioniere del cinematografo.

Brian Selznick, classe 1966, pluripremiato illustratore per ragazzi, è di casa al cinema, vantando una parentela con il celeberrimo produttore hollywoodiano David O. Selznick (Via col vento, tanto per fare un titolo), ma non ha mai pensato di mettersi a girare un film. Eppure il suo libro è un omaggio al cinema ed è più simile a uno di quei film muti che hanno fatto la storia del cinema che a un romanzo: brevi pagine scritte e subito, a seguire, in rapide alternanze pagine e pagine di illustrazioni, tracciate con una matita grassa, in un contrastato bianco e nero che brilla e sfarfalla proprio come le pellicole di Méliès.

«Sì – conferma Selznick – dentro il mio libro c’è quell’esperienza cinematografica, ci sono quelle illusioni ma c’è, soprattutto, la grande magia di leggere un libro: quella di avere tra le mani un oggetto fisico che trasforma la realtà, pagina dopo pagina. È l’atto stesso del voltare le pagine che fa andare avanti la storia, la fa scorrere come su uno schermo. Sì, davvero per me l’oggetto-libro è parte integrante della trama».

D. Il suo romanzo si può definire un libro sulle illusioni, quelle «magiche» di Méliès, egli stesso illusionista, e quelle cinematografiche dell’autore de Le voyage dans la Lune, affidate a teatrini di cartapesta, ai primi trucchi, alle dissolvenze e alle doppie esposizioni della pellicola che facevano sparire e riapparire persone e oggetti. Qual è il suo rapporto con le illusioni?

R. «Fin da bambino sono stato affascinato dai libri e dai film che parlavano del mago Houdini e dalla capacità di far credere che ciò che appare impossibile si possa realizzare. Houdini riusciva a scappare dai luoghi più impossibili in cui veniva rinchiuso e il pubblico si identificava talmente con lui che quando, ad esempio, si liberava dalle catene o riaffiorava magicamente da una cassa sommersa, era il pubblico stesso a provare quel senso di liberazione, di sollievo, di salvezza. Penso che anche la buona arte sia in grado di suscitare la stessa partecipazione».

D. Perché far uso del cinema muto di Georges Méliès e delle sue magie «vere», e non di quelle fantasy alla Harry Potter, così di moda?

R. «La mia è stata una scelta di proposito, perché volevo trasmettere il senso magico del mondo reale. Ero consapevole di creare un libro in qualche misura magico, però lo volevo calato nel mondo in cui viviamo, anche se spostato di qualche decennio indietro. Mentre ci lavoravo in molti criticavano questa mia idea e mi dicevano: “Ma che cosa vuoi che interessi ai ragazzi d’oggi del cinema muto?”. Ebbene io credo che se nella storia che si racconta c’è qualcosa che è importante per il protagonista, questa cosa diventa importante anche per il lettore. E la prova è che i bambini che hanno letto il mio libro, quando li incontro, mi chiedono di far loro vedere i film di Georges Méliès».

D. Ci sono molte coincidenze tra i fatti che accadono nel libro e la vita di Méliès: dall’essere lui stesso un ex illusionista a finire la sua carriera, quasi in miseria, a vendere giocattoli in un chiosco della stazione di Parigi. Come si è documentato?

R. «Ho fatto diverse ricerche ma devo dire che molte cose, situazioni, avvenimenti, luoghi e personaggi mi sono capitati per caso, davvero come in una magia. Come quando girando per la stazione di Parigi ho visto una porta e mi sono detto: quella sarà la porta della casa di Méliès. Per scoprire poi in una fotografia che era simile a quella vera in cui abitava il pioniere del cinema. Tra le “coincidenze” potrei citare l’episodio dell’incidente ferroviario alla stazione di Montparnasse, raffigurato in una celebre fotografia (un treno, entrando in stazione uscì dai binari, sfondò la galleria vetrata e finì sulla strada), accaduto più o meno negli anni in cui i Lumière facevano entrare il loro treno sullo schermo del cinema, spaventando e mettendo in fuga gli spettatori. O ancora il fatto che nel libro, il vecchio Georges non sopporti il rumore dei tacchi sul pavimento: il padre di Méliès era un industriale delle calzature e, quando il vecchio cineasta non fu più in grado, per motivi economici, di conservare i suoi film, le preziose pellicole finirono fuse proprio per ricavarne tacchi per scarpe…».

D. Un po’ di storia del cinema, dunque, ma anche un po’ di Freud, con la ricerca da parte di Hugo di una figura paterna, sostitutiva del padre scomparso… C’è qualcosa di autobiografico in questo?

R. «Sì, quest’aspetto c’è, anche se devo dire che quella di mio padre è stata una figura molto presente. Però mio padre è scomparso prima che iniziassi a scrivere e disegnare questo mio libro, un po’ come è successo a Hugo, prima della sua avventura».

D. La straordinaria invenzione di Hugo Cabret è il suo primo romanzo ed è diventato un best seller, da settimane in testa alle classifiche americane. A che cosa si deve questo suo successo?

R. «Il risultato finale di un libro è dovuto alla storia. Ci vuole una grande attenzione alla trama, una messa a punto continua della struttura che deve funzionare come un meccanismo a orologeria, rivelandosi pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Non a caso, nel mio libro, i capitoli sono dodici, come le ore».

D. E ora dal libro al film…

R. «Molti produttori si sono dichiarati interessati a farne un film e tra i contatti che ho avuto ce n’è uno anche con Martin Scorsese. I diritti, comunque, ora li ho ceduti alla Warner e non so se alla fine sarà proprio Scorsese a girarlo. Comunque lui, anche se non ha mai realizzato film per ragazzi, è un grande studioso di cinema e penso che sarebbe in grado di valorizzare i riferimenti alla storia del cinema che ci sono nel mio libro».

D. L’odierno cinema digitale, che si affida ai trucchi e alle magie degli effetti, non le sembra un po’ l’erede del cinema dei pionieri come Georges Méliès?

R. «In un certo senso sì. Le nuove tecnologie danno molte possibilità per esprimersi. Peter Jackson (Il Signore degli Anelli, King Kong, ndr), ad esempio, sa utilizzarle molto bene, mantenendo quell’aura magica che è dovuta alla presenza del tocco umano. Ai tempi di Méliès tutto era fatto a mano e il tocco dell’artista era fondamentale. Anche Michel Gondry nei suoi video e nei suoi film ripercorre quella tradizione, conservando un infantile senso del gioco».

Renato Pallavicini

giornalista e critico di cinema e fumetti

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