Con gli occhi di Alda Merini

“La pazza della porta accanto” di Antonietta De Lillo, conversazione amorosa con la poetessa dei Navigli che parla di poesia, vita, dolore e follia. Un film del 2013 che ha rifatto capolino in sala…

phoca_thumb_l_la pazza 7“Il poeta è un baratro. L’iter della poesia è una via crucis. Ci sono tante cadute”. Non è facile mettersi davanti al baratro di un poeta, soprattutto se è un monumento della poesia del XX secolo come Alda Merini. Perché ci sono le parole, tante, magnifiche. Ma non bastano da sole. Al cinema non bastano. Ci vuole la capacità di parlare quella lingua lì, cogliendone le sfumature, i dettagli, gli sguardi. L’umano. La pazza della porta accanto è tutto questo: un ritratto di poetica umanità che Antonietta De Lillo ha costruito nel tempo, come dal lievito madre. Vent’anni fa una lunga convesazione con la poetessa dei Navigli, mista al teatro di Licia Maglietta (Ogni sedia ha il suo rumore), oggi – anzi l’altro ieri, perché La pazza della porta accanto è del 2013 ed ha fatto nuovamente capolino in sala – un ritratto d’autore, anzi d’ autrice, che passa al setaccio, rimescolando e dando nuova vita a quel groviglio di passioni, contraddizioni e dolore,  rimasti allora nel cassetto e ripresi in mano dopo la sua scomparsa nel 2009.

Conosciuta come la la poetessa dell’amore e della pazzia, di eros e thanatos (Ballate non pagate, Delirio amoroso, Vuoto d’amore e La pazza della porta accanto, appunto, giusto per dire qualche titolo della sua vastissima produzione) qui Alda Merini continua la sua “confessione guidata” nella sua casa milanese, una tana di libri, polvere e disordine per “vuoto d’amore”. Quello dei figli soprattutto, che “mi sono stati tolti per cattiveria”. Ventisette ricoveri in manicomio hanno fatto a brandelli non solo l’esistenza di donna, ma anche di madre. Lasciando “un dolore senza lacrime, perché non umano. Un dolore esterrefatto”.

Parla d’amore, sopratutto Alda Merini:”sono il poeta del sospiro d’amore, dicono”. Racconta dei suoi, “amori molto felici, interrotti solo dalla morte”, l’amore “che è una debolezza dell’uomo”, l’intelletto “amoroso del poeta che sceglie quello che va cantato”. L’ispirazione poetica, “una solfatara che porta in aria le parole” che lei ha vissuto “accanto a persone enormi: Spagnoletti, Manganelli, Quasimodo”. Dice della donna che “ha un potere in più, si riesce a disciplinare… Ci si salva non ribellandosi, ci si danna ribellandosi”. Si evoca Alda Merini mentre i suoi occhi verdi, enormi, riempiono lo schermo. Le sue mani rincorrono le parole, con lo smalto delle unghie scrostrato, le sigarette accese una dopo l’altra. Una ballata di dettagli che accompagna il flusso di ricordi e a tratti sfuma al nero, tra l’acqua dei Navigli e il fuori.

È un flusso di vita più che di parole quello che ci passa davanti. Quel “monumento alla poesia” che in principio ci gela dichiarando subito, programmaticamente, che “i poeti sono inconoscibili” ora, dopo cinquanta minuti di film, appare in tutta la sua potente e sofferta umanità. “Io sono una donna molto facile, molto normale – ci dice -, hanno fatto una costruzione enorme ma in fondo sono una persona di tutti i giorni, sono proprio la pazza della porta accanto”.