La grande fuga nel bosco dell’ultima utopia. A Cannes la regista dell’indi Usa

Passato alla Quinzaine del réalisateurs, “Leave No Trace”, della regista Usa Debra Granik, ispirato al romanzo di Peter Rock. Un padre e una figlia adolescente vivono nascosti in un bosco dell’Oregon. Una scelta di estremo isolamento dalla società dei consumi che, però, finirà per separarli. Tra “Into The Wild” e “Captain Fantastic”, un film rigoroso, essenziale, sorprendente …

Decrescita felice? Altroché. Will non sopporta neanche di avere un tetto sulla testa e con sua figlia adolescente vive letteralmente in mezzo ai boschi. La foresta che lambisce Portland, in Oregon, è la loro casa. Ostinatamente nascosti dal resto del mondo, nella loro tenda, li vediamo coltivare verdure, mangiare funghi e bere acqua piovana, nonostante il gelo dell’inverno. Mentre la ragazzina, Tom, si fa una cultura su una vecchia enciclopedia.

Debra Granik, la signora del cinema indipendente americano, torna alle sue geografie e ai suoi temi d’elezione con Leave No Trace, passato alla Quinzaine des réalisateurs. A 18 anni dalle quattro candidature all’Oscar per Un gelido inverno, dall’omonimo romanzo di Daniel Woodrell, eccola di nuovo a parlarci dell’America più invisibile e marginale. E pure stavolta a partire da un libro: My Abandonment dello statunitense Peter Rock, ispirato a sua volta da un fatto di cronaca, un veterano del Vietnam che ha vissuto con la figlia per quattro anni in un bosco vicino alla capitale dell’Oregon.

 

Anche Will (un intenso Ben Foster) è un reduce. E forse è il dolore della guerra ad averlo spinto ad una scelta d’isolamento così estrema. Tom a sua volta non si fa domande, a parte che sulla madre morta quando lei era troppo piccola. Nessuna domanda perché l’unica risposta è l’affetto enorme che lega padre e figlia.

Eppure Will sa che non potrà essere così per sempre. Quando la polizia li scoverà, consegnandoli ai servizi sociali, Tom comincerà a farsele quelle domande. Nella casetta isolata tra le montagne dove una comprensiva psicologa li sistemerà, assisteremo all’inizio della frattura. Una bicicletta, l’amicizia con un coetaneo, i comfort di una casa e persino l’offerta di un cellulare, porteranno Tom ad acclimatarsi “pericolosamente”. Fare di nuovo gli zaini e ripartire tra i boschi sarà la scelta obbligata di Will. Ma non quella di sua figlia.

Siamo dalle parti di Into The Wild di Sean Penn (adattato dall’omonimo libro-manifesto della contro-cultura americana di Jon Krakauer). O del più recente Captain Fantastic di Matt Ross. Ma lo sguardo di Debra Granik va oltre. Quasi a sposarsi col rigore stesso della natura, quello inseguito dal protagonista, come quei tanti che, non solo negli States, tentano nuove vie di libertà dalla schiavitù dei consumi. In questo senso Leave No Trace è proprio il loro film. Un film a togliare. Essenziale e rigoroso. Etico. Che sembra dialogare a distanza con tanti altri titoli di questo festival.

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!

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