Se crescere è una storia d’amore. Nella foresta con Casey Affleck e sua figlia

Dal 21 novembre in sala (per Notorious Pictures), “Light of My Life”, del regista e attore americano Casey Affleck. Un padre e una figlia di undici anni in un mondo senza donne: una distopia che guarda al presente e diventa racconto di formazione, scandito dai racconti del padre alla figlia. Ma è anche una storia d’amore…

Un padre. Una figlia di undici anni. Un mondo quasi senza donne, sterminate da un virus. Nel secondo film da regista di Casey Affleck, Light of My Life, dal 21 novembre nelle sale italiane, il riferimento è chiaro: la fantascienza distopica che deforma il presente, senza mostri né alieni ma con una post-apocalisse vicina a noi, che abbiamo già preparato e può avvenire domani.

Sulla scia di The Road di John Hillcoat, tratto dal libro di Cormac McCarthy (uscito nel 2006 e – oggi possiamo dirlo – uno dei romanzi più importanti del millennio) e di operazioni meno risolte, come I figli degli uomini di Alfonso Cuarón che adatta la scrittrice P.D. James. Light of My Life è invece una sceneggiatura originale di Casey Affleck, già passata alla Berlinale 2019 e alla Festa di Roma nella lungimirante sezione parallela Alice nella città.

C’è una metafora piana e leggibile alla base di Light of My Life: un mondo di uomini dove le donne, per forza, devono nascondersi. Così la giovane Rag (Anna Pniowsky), immune al morbo, vive con il padre (Casey Affleck, nei crediti semplicemente Dad) con i capelli tagliati corti e abiti maschili, fingendosi uomo per sopravvivere.

Si muovono sempre: non possono stare fermi perché sarebbero intercettati, devono mantenersi in moto perpetuo. La madre è un ricordo in flashback (Elizabeth Moss), tenue ma ricorrente con forza, a rimarcare una perdita, a sottolineare cosa manca. Perché ora Casey Affleck è padre e madre della ragazza: il film si apre significativamente con l’uomo che racconta storie alla figlia, espone una morale, trasmette un’etica del rischio e della necessità di protezione.

Proprio il raccontare storie sarà un leitmotiv del loro peregrinare: Rag alcune le ascolta, altre le critica o mette in dubbio, le giudica risapute. Il dispositivo si sviluppa sulle orme del genere: padre e figlia progressivamente vengono scoperti e braccati, poi compresi e aiutati, si confrontano sia con il genere maschile reso feroce dall’assenza di donne sia con l’ipotesi di una solidarietà, costruita su altre come Rag, su una possibile comunità femminile, su un’isola che c’è.

Light of My Life è il titolo che conferma la profonda intelligenza dell’attore e regista Casey Affleck: d’altronde basti riguardarlo nel ruolo sostenuto in Manchester By The Sea (2016), scritto splendidamente da Kenneth Lonergan ma con Affleck in veste di attore-autore in grado di indirizzare tono e sguardo del film (per cui vinse il sacrosanto Oscar); oppure indietro fino a Gerry di Gus Van Sant del 2002, un capolavoro misconosciuto che Affleck ha anche co-sceneggiato.

Se qui frequenta il genere, inscenando gli archetipi della sci-fi, allo stesso tempo guarda chiaramente all’oggi, creando un’assonanza con un rapporto padre-figlia piantato nel contemporaneo, quello tra Ben Foster e Thomasin McKenzie in Senza lasciare traccia di Debra Granik, ispirato al romanzo di Peter Rock.

Ma il discorso del film è soprattutto sentimentale. Qui è il punto. Attraverso la fotografia di Adam Arkapaw che oscilla costantemente tra luci e ombre, spesso rischiarata solo da fiochi bagliori (le magnifiche parentesi di storytelling tra padre e figlia), ecco emergere un’altalena emotiva che percorre un ampio spettro di sensazioni: la protezione del padre con il suo imperativo del “vivi nascosto”; la voglia di libertà della figlia, che vuole rivelarsi – a partire dall’essere donna – per vivere un’adolescenza normale; i dolorosi allontanamenti tra i due; le tenere riconciliazioni.

Così nella figura di Rag la parabola diviene un coming of age, racconto di formazione che culmina nell’inquadratura simbolica della ragazza sospesa nel vuoto: “Lasciami andare”, dice al padre, e questi infine la lascia. Attenzione: a distanza apparentemente siderale, Light of My Life dialoga con un altro racconto di formazione del nostro tempo, Le jeune Ahmed dei fratelli Dardenne (in italiano L’età giovane, ma lasciamo perdere).

Perché, a ben vedere, sono due coming of age: sia la ragazza nel mondo maschile sia il giovane islamico tentato dal fondamentalismo alla fine del percorso si formano, anche letteralmente prendono una forma. Ed entrambi passano attraverso l’intervento dell’“educazione”: di qualcuno che dialoga con te, non si impone ma espone, riflette insieme su cosa fare e dove andare, quale posto occupare.

Dunque le fiabe morali del padre alla figlia si affiancano alle frasi del mondo intorno ad Ahmed: racconti, versioni da accogliere o rifiutare, ma soprattutto con cui confrontarsi anche per liberarsi da essi, e quindi uscire dalle voci degli altri per costruire una voce propria. Non è forse questo crescere? Nel ribaltamento finale Rag, più matura, può consolare il padre con le stesse parole iscritte nella loro famiglia: it’s a love adventure, è tutta una storia d’amore.