Quelli che lottano contro il vento… anche Franco e Ciccio

Mentre Cannes 71 chiude col Don Chisciotte di Terry Gilliam vi proponiamo “un ripasso” con la rubrica dedicata ai classici della letteratura diventati dei classici del cinema. È la volta del capolavoro di Miguel de Cervantes, nell’anniversario dei 400 anni dalla morte. Da Picasso a Orson Welles, una magnifica ossessione che ha accomunato grandi artisti ma anche registi di cinema popolare, vedi il caso del film di Giovanni Grimaldi con la coppia Franchi e Ingrassia…

La Mancia è una regione al centro della Spagna, il suo nome deriva dall’arabo e significa “terra secca”. Una terra arida e ventosa al punto che il suo simbolo sono i mulini a vento. Nasce da qui l’espressione “lottare contro i mulini a vento” con la quale si intende un’impresa ardua, impossibile, folle. Nasce dalla figura di un cavaliere sui generis, nasce dalla penna dello spagnolo Miguel de Cervantes nel 1605. Un combattente che nell’originale risponde al nome di don Quijote de la Mancha più noto, almeno in Italia, come don Chisciotte della Mancia.

Miguel de Cervantes nacque ad Alcalá de Henares il 29 settembre 1547 e morì a Madrid il 23 aprile 1616. Nella sua vita scrisse numerose opere in prosa, opere poetiche, opere teatrali, ma è appunto universalmente noto per essere l’autore del romanzo Don Chisciotte della Mancia.

El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, questo il titolo originale, è un romanzo pubblicato in due parti nel 1605 e nel 1616. Un anziano nobiluomo di campagna Alonso Quijano, viene contagiato dalla lettura di numerosi romanzi cavallereschi al punto che decide di riviverne le gesta. In sella al suo scheletrico cavallo Ronzinante, con in testa un vecchio elmo arrugginito e con indosso una vecchia armatura trovata abbandonata in un granaio, Alonso, lascia all’insaputa di tutti la sua casa e diventa il cavaliere don Chisciotte della Mancia.

Un oste lo arma cavaliere, quindi don Chisciotte elegge a dama una contadina del luogo battezzandola “Dulcinea del Toboso”, ma quando vuol far dichiarare ad alcuni mercanti che ella è la più bella del mondo, questi si fanno gioco di lui, ne nasce una rissa in cui don Chisciotte, caduto malamente da cavallo, viene bastonato.

Riportato a casa da un contadino del suo paese, i suoi amici bruciano tutti i libri “galeotti” capaci di riaccendere nel nobiluomo la vena cavalleresca. Ma don Chischiotte è incurabile. Riparte col fido Ronzinante questa volta accompagnato dallo scudiero Sancho Panza, un contadino cui ha promesso il governo di un’isola. Sancho proverà a dissuaderlo nelle imprese più disastrose, come la celebre lotta contro i mulini a vento che il “cavaliere” scambia per dei giganti.

Tra le rocambolesche avventure, Sancho viene nominato davvero, seppur per burla, governatore di un’isola, ma la vita è troppo complicata per il semplice scudiero che ritorna dal suo padrone. Don Chisciotte perde con l’inganno l’ultimo fatale incontro con Sansone Carrasco ed è così costretto a rientrare a casa, dove muore a seguito di una febbre durata giorni tra il dolore degli amici e del fido Sancho.

Don Chisciotte della Mancia è dunque uno dei capolavori della letteratura mondiale di ogni tempo disegnato da Pablo Picasso e Salvador Dalì, musicato da Antonio Salieri e Richard Strauss, ballato da Rudolf Nureyev, cantato da Francesco Guccini e Ivano Fossati. Portato sul grande schermo decine di volte dal Don Quixote (1903) cortometraggio francese di Lucien Nonquet all’adattamento cinematografico coreano Don Quixote (2009). Numerosi registi si sono cimentati nell’impresa da Georg Wilhelm Pabst a Rafael Gil, da Eric Rohmer e Orson Welles passando per Grigorij Michajlovic Kozincev. Non meno bravi gli attori e le attrici Nikolai Cherkasov, Peter O’Toole, Sophia Loren.

Il film di Kozincev, Le avventure di Don Chisciotte (1957), è una rilettura del capolavoro di Cervantes con riferimenti alla decadenza sovietica e all’arroganza del potere. La pellicola di Orson Welles rimarrà un capolavoro che non vedremo mai considerato che il film rimase incompiuto; alcune scene vennero utilizzate dal regista Jess Jesus Franco all’inizio degli anni novanta nel suo Don Quixote di Orson Welles (1992). Il Monty Python Terry Gilliam inizierà ad ottobre la lavorazione di The Man Who Killed Don Quixote che da vent’anni cerca di realizzare.

Ma la migliore trasposizione cinematografica di Don Chisciotte della Mancia, per chi scrive, resta Don Chisciotte e Sancio Panza (1968) girata dal siciliano Giovanni Grimaldi, regista di tanti “musicarelli” e interpretato dai siciliani Ciccio Ingrassia e Franco Franchi rispettivamente nella parte di don Chisciotte e Sancio Panza. Un caso? Forse sì, ma la Sicilia non fu mai insensibile al romanzo di Cervantes. Nel 1785, infatti, il poeta e drammaturgo Giovanni Mieli trasferì in Sicilia la trama dell’opera scrivendo un poema in dodici canti in dialetto siciliano dal titolo Don Chisciotti e Sanciu Panza.

Il film in origine si sarebbe dovuto intitolare Don Cicciotto e Franco Panza e avrebbe dovuto parlare, in tono parodistico, di vandalismo e proteste di piazza (tema ripreso nel successivo Don Franco e Don Ciccio nell’anno della contestazione girato nel 1970 da Marino Girolami), ma Giovanni Grimaldi, già sceneggiatore di diversi film di Totò, impose un riadattamento classico del testo di Cervantes e mantenne l’ambientazione nella Spagna del Seicento proponendo molti episodi descritti nel romanzo. Tra le poche differenze il nome dello scudiero che da Sancho viene italianizzato in Sancio.

La sceneggiatura non consentì troppa improvvisazione al duo comico, ma Ingrassia e Franchi furono a loro agio; “il ruolo della vita” secondo Giampiero Ingrassia il figlio di Ciccio. Anche perché i due protagonisti erano “collaudati”: Don Chisciotte e Sancio Panza fu il settantacinquesimo film della coppia (dieci pellicole nel solo 1968, tra queste l’episodio Che cosa sono le nuvole? del film Capriccio all’italiana, ossia l’Otello di Pier Paolo Pasolini). Ma per una volta i ruoli si invertirono: Franchi/Sancio è la ragione positiva e pratica, il buon senso in contrapposizione alla follia generosa di Ingrassia/Don Chischiotte. Grande anche l’apporto dei caratteristi Enzo Garinei il consigliere del Governatore, Franco Fantasia il maestro d’armi, Umberto D’Orsi ovvero Don Pietro che brucia i libri, Carlo Dalle Piane il giovane garzone.

Franchi non rinunciò ai suoi giochi di parole (all'”Errare umanum est” di Ciccio, risponde con “Voi errate a est, a ovest, a nord, a sud. Siete recidivo”), ma è un film lineare, pulito, divertente. Un bel film, forse il migliore della coppia siciliana, anche se il pubblico continuò a preferirli nelle pellicole “squisitamente” comiche.

Un film con un certo spirito libertario, se si pensa al Sancio governatore che legifera a favore del popolo e fa arrestare i potenti che lo avevano nominato Governatore. Emblematico il finale con don Chisciotte che invita Sancio Panza a lottare contro il vento: “Da quando siamo nati combattiamo contro il vento, sembra una pazzia, ma è viva grande, meravigliosa protesta”.

Ancora oggi a distanza di oltre 400 anni dal romanzo e a quasi 50 anni dal film di Giovanni Grimaldi, “Lottare contro i mulini a vento” o “Lottare contro il vento” rimane un’impresa ardua, impossibile, folle.

Marco Ravera

Ama il cinema, la politica, i libri, il tennis e Dylan Dog

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