Rileggendo il capolavoro di Fenoglio. Aspettando i Taviani

È “Una questione privata”, il più bel romanzo di Beppe Fenoglio, anche se non il più conosciuto, da cui i Taviani hanno tratto il nuovo film (in sala dal primo novembre). Una lettura che ancora oggi emoziona per la rappresentazione che dà della vicenda partigiana, tutt’altro che rimessa ad una visione mitica della Resistenza. Per la storia d’amore in sé, in un inseguimento disperato e cieco che preclude a Milton qualsiasi via di scampo. Per la scrittura e per la lingua… Una buona occasione per (ri) leggerlo…

Il tempo è quello della Resistenza. Il paesaggio è quello delle Langhe, attorno alla città di Alba, colline impregnate di umidità, nebbia pesante, fango e poche cascine isolate, fumo dai camini e freddo. Lungo le strade e soprattutto lungo i sentieri s’aggirano uomini malvestiti e male armati che combattono contro i repubblichini. Imboscate, agguati, sparatorie, rastrellamenti e per chi finisce nella rete fascista la sorte è una sola, la morte per fucilazione sotto le mura di Alba, dopo le torture.

Il partigiano Milton, che era stato studente appassionato di letteratura inglese, camminando nel bosco intravede la villa dove era stato ospite e dove aveva conosciuto una ragazza in vacanza, Fulvia, di cui si era innamorato. Non resiste alla tentazione di tornare in quelle stanze.

La custode non manca di informarlo che lì era tornata anche Fulvia, in compagnia di un amico, Giorgio. Preso da una esasperata volontà di sapere che cosa sia avvenuto tra i due, Milton si pone alla ricerca di Giorgio, che fa parte di un’altra brigata partigiana. Non lo troverà. Saprà solo che è stato catturato. Allora progetta uno scambio e cattura un fascista, ma sarà costretto ad uccidere il prigioniero. Mentre tenta una nuova visita alla villa di Fulvia, cade in una retata…

In poche righe ho cercato di riassumere la trama di Una questione privata, da molti considerato il più bel romanzo di Beppe Fenoglio. Cito Giulio Ferroni, dalla sua Storia della letteratura italiana: “L’opera più perfetta e compiuta di Fenoglio”. Opera peraltro, come per tutti gli scritti di Fenoglio, elaboratissima, di cui ci sono giunte tre versioni, l’ultima quella pubblicata dopo la morte dello scrittore, da Garzanti.

Certo non l’opera più conosciuta: altra fortuna ebbero i racconti de I ventitrè giorni della città di Alba, il libro d’esordio apparso nel 1952 con Einaudi, e, almeno per fama, probabilmente non per lettura, Il partigiano Johnny, esempio di scritture e riscritture che hanno dato nel tempo una infinità di lavoro ai filologi (vedi i saggi di Maria Corti).

Fenoglio ha scritto molto, anzi moltissimo se si pensa alla brevità della sua esistenza: La malora, Primavera di bellezza, La paga del sabato… Per ultimo abbiamo potuto leggere Appunti partigiani, carte ritrovate all’inizio degli anni novanta e edito nel 1994 da Einaudi a cura di Lorenzo Mondo, lungo racconto, non concluso, testimonianza diretta di vita partigiana, su quattro taccuini, intestati alla Macelleria Fenoglio (di Amilcare, il padre di Beppe), ogni pagina suddivisa in colonne per data, carne, prezzo, importo. Bellissimi.

Per spiegare chi fosse Fenoglio ancora una citazione, però dallo stesso Fenoglio, le poche righe di biografia inviate a Elio Vittorini, che curava la collana dei “Gettoni”, per la presentazione editoriale de I ventitrè giorni della città di Alba. Trascrivo: “Sono nato ad Alba il primo marzo 1922, studente di ginnasio-liceo, poi all’Università, ma naturalmente non mi sono laureato. Soldato del Regio e poi partigiano. Oggi uno dei procuratori di una nota ditta enologica. Credo che sia tutto qui. Ti basta, no? Mi chiedi una fotografia? Ora, sono sette anni circa che non mi faccio fotografare…”.

Un personaggio schivo, estraneo ai circoli letterari, duro di carattere, gran fumatore (morirà di cancro ai polmoni nel 1963). Fu appassionato lettore e poi traduttore della letteratura inglese: James, Lawrence, Conrad, Yeats, Coleridge, Shakespeare. Di questa passione la traccia nei romanzi sarà evidente: basti pensare ai nomi, Johnny o Milton, o alla maniera in cui in Una questione privata proprio Milton provi a conquistare le simpatie di Fulvia anche grazie alle sue traduzioni di pagine inglesi o americane, che le dedicava.

La lettura oggi di Una questione privata emoziona e non saprei usare altro termine.
Emoziona e sorprende per la scrittura, severa, dura, aspra e di continue invenzioni dove l’italiano incontra il dialetto e ancor più quella lingua, risultato di contaminazioni e di fantasie, che matura nel mondo partigiano, dove convivono non solo orientamenti politici diversi, ma anche le personalità diverse di studenti, di intellettuali, di professionisti, di operai e di contadini e di militari, di piemontesi delle Langhe e di siciliani o di veneti.

Si elabora una lingua per intendersi subito tra tutti, al ritmo dettato da corse e rincorse su per i monti, alla semplicità imposta dalla stessa essenzialità obbligata dei gesti quotidiani. La struttura è circolare: dalla villa di Fulvia (con i flash back che restituiscono gli approcci dei due) allo stesso luogo, divenuto nella fine di Milton la sintesi simbolica di un destino.

Emoziona per la rappresentazione che si dà della vicenda partigiana, tutt’altro che rimessa ad una visione mitica della Resistenza e invece capace di rappresentare senza ipocrisia quell’universo multiforme, legato dall’unico comune proposito di abbattere il fascismo per conquistare la pace, in un panorama di vita campagnola, messa alla prova dalla più terribile tragedia del ventesimo secolo, di fronte alla ferocia e all’orrore estremi. Con le simpatie e le antipatie, con le gelosie e con i rancori, con il coraggio e le paure.

Emoziona per la storia d’amore in sé, in un inseguimento disperato e cieco che preclude a Milton, trascinato dalla follia amorosa, qualsiasi via di scampo. Il bisogno assoluto e assurdo di conoscere l’epilogo di un sogno, quando già tutto potrebbe essere accaduto, “toccare per mano” per arrendersi ad una verità che ha già in cuore, perdono Milton, perché il mondo che lo circonda, gli eventi di una guerra, gli stessi compagni gli diventano estranei. Esistono lui e quell’interrogativo, che pensa di poter soddisfare raggiungendo Giorgio, amico e rivale, compagno di lotta partigiana.

Ci sono vari modi per intendere Una questione privata: romanzo di un sentimento assoluto o di orrore e di insensatezza, fotografia dell’anima dove vallate e crinali neri di umidità incontrano il cielo nero di pioggia e il gelo penetra nelle ossa, ritratto di uomini, a rapidi cenni, ma ciascuno espressione di vita propria, in armi per sopravvivere nel caos e ci si chiede come facessero a resistere.

Oreste Pivetta

Giornalista

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