Il vendicatore col martello. Joaquin Phoenix visto da una regista cattiva

In sala dal 3 maggio (per Europictures) “A Beautiful day” della rocciosa scozzese Lynne Ramsay, premiatissimo allo scorso Cannes (miglior attore e sceneggiatura). È un hard-boiled scabro, violento e nerissimo  ispirato al racconto breve di Jonathan Ames (in Italia Non sei mai stato qui, Baldini e Castoldi). Joaquin Phoenix nei panni del barbuto protagonista, un reduce ed ex Fbi, che si guadagna il pane “risolvendo problemi”, come il Mr. Wolf . E usa il martello al posto della pistola…

E finalmente, buon ultimo in corsa per la Palma d’Oro, è arrivato il film che puoi mandare gli amici a vedere senza rischiare il linciaggio. You were never really here, – cambiato per l’uscita in sala in A beautiful Day –, dalla short story di Jonathan Ames ( in Italia Non sei mai stato qui, Baldini e Castoldi ) è un hard-boiled scabro, violento e nerissimo diretto da una rocciosa scozzese che sa il fatto suo, Lynne Ramsay.

È una delle tre sole registe donne in competizione, e nel 2011 aveva portato sulla Croisette un film shock per niente in clima di Telefono Azzurro come E ora parliamo di Kevin.

Qui invece ricama di folgorante regia su un “duro col cuore” del genere consacrato da Chandler e Dashiell Hammett. Coadiuvata da un Joaquin Phoenix barbuto e carismatico come non mai. L’eroe hard-boiled del poliziesco più classico non è palestrato, non sfoggia la “tartaruga”, è bolso, depresso, incassa botte da orbi ma non perdona. Il Joe di Phoenix, senza cognome, usa il martello al posto della pistola. Con relativi effetti visivi. Meglio attrezzarsi, per i delicati di stomaco.

Da brevi flash back si capisce che è un reduce e che era un agente dell’Fbi. Ma che soprattutto ha collezionato cicatrici e fantasmi, sommando a un’infanzia crudele di vere torture domestiche i tanti innocenti che ha visto morire. Adesso si guadagna il pane “risolvendo problemi”, come il Mr. Wolf di Pulp fiction. Cioè pestando tipacci a tariffa e su commissione. Poi torna a casa e accudisce la vecchia mamma malata, mimando di tanto in tanto per burla le pugnalate alla Psycho di Norman Bates.

Questo risvolto filiale è una chicca, vedere per credere quando intona con la vecchina vecchi motivi da musical. Quando viene assoldato per rintracciare la figlia tredicenne di un senatore, non sa che sarà una strada lastricata di cadaveri. Perché la trova, ovviamente, in un bordello da pedofili nei bassifondi di Manhattan, ma intanto il babbo di lei è stato “suicidato”, la bimba gli viene sottratta e Joe trova sua madre ammazzata.

Dietro c’è un lurido traffico di minorenni tra alti papaveri, in primis il candidato Governatore che col senatore intrecciava scambi di figlie. La resa dei conti ricorda la carneficina di Cronenberg in A history of violence, lo stile sorprende e cattura come quello di Drive. La ragazzina sfruttata si è fatta giustizia da sola, ultima tra i tanti bambini carnefici a questo 70° Festival. E il finale, spiazzante e assurdamente “normale”, coi due sopravvissuti a sorbire milk shake in un Diner’s, tra disperazione, incubi e prosaica realtà, è una meraviglia.

Personalmente, avrei dato a Lynne Ramsay, d’ufficio, la Palma per la regia. Ma è andata bene anche così con un doppio premio: palma come miglior attore per Joaquin Phoenix e miglior sceneggiatura.

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