La rivoluzione di Florence. Una libreria contro i bigotti
In sala dal 27 settembre (per Bim), “La casa dei libri”, il delizioso film che la regista spagnola Isabel Coixet ha tratto dal romanzo di Penelope Fitzgerald, La libreria (Sellerio). Una giovane vedova apre una libreria nel piccolo borgo di pescatori di Hardborough, in Inghilterra. Sfidando la mentalità bigotta della gente (e gli intrallazzi della politica), inizia a provocare il risveglio culturale del paesino vendendo anche romanzi “scandalosi” (siamo nel ’59 anno d’uscita di “Lolita”). Da non perdere …

Florence Green, giovane e riservata donna inglese, possiamo dire che in partenza è stata molto fortunata. Ha incontrato l’amore in una libreria, un vero e proprio, reciproco, colpo di fulmine. Con suo marito ha dunque condiviso non solo la passione che quel fulmine porta come normale conseguenza, ma anche quella per poesia e letteratura.
Poi è arrivata la guerra. Che se l’è portato via. È diventata così una prematura vedova, fatto che, oltre al dolore, l’ha tuttavia preservata dall’insidia di assistere alla trasformazione della passione in abitudine, non sempre ben accettata. Un evento che ai cinici permette battutacce del tipo: “quando una donna diventa vedova inizia ad essere felice”.
Non si può dire il suo caso.

Lei in ogni modo, ricordando la voce dell’amato che le leggeva poesie, è andata avanti per 16 anni in apparente solitudine, nutrendosi di buone letture e lunghe passeggiate lungo la costa del suo sperduto paesino di mare fingendo di credere che il mondo non sia popolato di carnefici e vittime. Con predominio prevalente dei primi.
Poi un bel giorno scopre di avere il desiderio di realizzate un sogno o forse una missione: aprire una libreria in quel piccolo borgo di pescatori che non leggono perché è più faticoso del mare e solo l’idea di aprire un libro li sfinisce.
Ma è evidente che Florence non è un tipo che si lascia facilmente spaventare, non solo si lancia nell’impresa ma decide di aprire il suo negozio nella Old House, fatiscente disabitata dimora di sua proprietà, che riprende ad abitare con l’intenzione di riempirla di libri dopo aver cacciato i topi.
Parte in quarta con l’entusiasmo e l’energia di chi ha un forte sogno in testa e un coraggio da vendere. Nonostante lo scetticismo e gli ostacoli che incontra inevitabilmente chi ha in mente un’impresa su cui altri, e soprattutto una mondana signora con mani molto impastate in politica, hanno progetti di speculazioni di tipo diverso.
L’unico aiuto le sarà fornito da un anziano signore, che vive solo in una villa grigissima e adora i libri con la stessa intensità con cui ormai detesta il prossimo; e da una bimba riccioluta e sveglissima che si propone come aspirante commessa offrendo a mo’ di garanzia il fatto che a lei i libri non piacciono.
A lui, che detesta le Bronte e chiede solo romanzi con persone sgradevoli e biografie che parlano di brave persone, lei offrirà l’occasione di conoscere Fahreneit 451 e quasi tutti i libri di Ray Bradury; a lei, Florence si legherà con grande affetto.
Vinceranno i carnefici. Come nella realtà succede spesso. Ma non del tutto. Alla piccola Christine, Florence riuscirà a trasmettere il suo sogno, il coraggio e la passione per i libri partendo da Un ciclone sulla Giamaica, storia che parla di pirati buoni e bambini cattivi.
Questo racconta La casa dei libri, il delizioso film (tre premi Goya: miglior film, regia e sceneggiatura) che la regista spagnola Isabel Coixet ha tratto dal romanzo di Penelope Fitzgerald, La libreria (Sellerio).
Nei panni di Florence Emily Mortymer (The Party), in quelli del solitario amico Bill Nighy (Marigold Hotel), Patrizia Clarkson è l’odiosa potente dama, mentre l’intelligente ragazzina è Honor Kneaafsey.
La storia è ambientata nel 1959 anno d’uscita di Lolita di cui Florence intuisce da subito il potenziale anche se sarà causa per lei di ulteriore di guai.
Per noi epoca di riflessione ulteriore e forse nostalgia.
Assistere ai toni dei diverbi e alle guerre verbali di quegli anni in Inghilterra, ma forse anche altrove, e confrontarli con le liti in tv dei nostri anni, non può non farci pensare a quanto, da questo punto di vista, siamo caduti in basso.
La violenza e il potere sono da sempre gli stessi, ma il linguaggio e i termini del vocabolario di chi litiga si sono ridotti ormai a pochi e neanche un po’ creativi insulti.
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