Pensionati Usa in Ecuador. Dove gli immigrati sono loro

In sala dal primo ottobre (per Lab 80 film) in occasione della Giornata Internazionale degli Anziani, “Country for Old Men” di Stefano Cravero e Pietro Jona: racconto dell’incredibile comunità di pensionati statunitensi che vive nella città andina di Cotacachi, in Ecuador. Con pochi dollari al mese le condizioni di vita sono ben più dignitose che negli States. Ma in molti poi continuano a vivere come in America, barricandosi dentro la propria casa e isolandosi. Nel loro piccolo, insomma, imitano il muro inseguito dal presidente Trump …

Il titolo è Country for old men, ovvero Un paese per vecchi. Sembra il contraltare di un celebre film dei fratelli Coen Non è un paese per vecchi.

Qui, però, nel documento-film di Stefano Cravero e Pietro Jona, non ci sono ammazzamenti. Regna la pace a Cotacachi, in Ecuador, America Latina. Siamo nelle Ande, dove si sono stabiliti alcune centinaia di anziani pensionati, fuggiti dagli Stati Uniti.

La maggioranza ha operato questa scelta perché qui ha potuto trovare (si può vivere con 600 dollari al mese, raccontano) una sistemazione assai più dignitosa, magari in graziose casette con giardino, rispetto a quella cui erano costretti a vivere dopo una vita di lavoro. Con loro però vivono anche altri, benestanti, ma desiderosi di un ambiente più tranquillizzante.

Non è un’esperienza unica. Esistono, pensate alle isole Canarie, altri rifugi per pensionati in fuga. A me è capitato di scoprire a Sal, isola di Capoverde, di fronte al Senegal, gruppi di italiani pensionati, felici dopo aver acquistato per cifre modeste una residenza sul mare.

Il doc di Stefano Cravero e Pietro Jona non si limita, però, a illustrarci quella esperienza americana. Hanno usato microfoni e macchina da presa per ricostruire, passando da una storia all’altra, un’odissea fatta di tanti chiaro-scuri. Scopriamo così, ad esempio, che in quel gruppo di anziani americani, ci sono persone che hanno abbandonato i luoghi natali perché non ne potevano più proprio di quel paese non per vecchi illustrato dai fratelli Coen.

Magari lo osservano, comodamente seduti nelle poltroncine della loro villetta, guardando i telegiornali made in Usa che descrivono ogni giorno imprese criminali. Si trasformano così in lontani spettatori, chiusi in una specie di confino, magari portandosi addosso antichi travagli. Come quella donna che era stata una docente psicologa nel corso di quella orribile strage avvenuta alla Columbine High School nel 1990.

E così altri riflettono sorridendo sui tanti amici di un tempo che spiegavano come fosse pericoloso decidere di andare a vivere in Ecuador. Certo anche qui, nella pacifica Cotacachi, dove gli immigrati sono loro, non viene meno la paura, l’ansia di protezione (quella stessa che attanaglia oggi molti italiani che vedono in Salvini il grande Protettore).

E così ecco alcuni tra i solerti anziani costruire inferriate alle finestre, accurati chiavistelli. Nel loro piccolo imitano il muro inseguito dal presidente Trump. Spesso finiscono così nel condurre una vita segregata, stretti nei loro piccoli mondi noiosi, interrotti solo da un qualche barbecue, da un ballo improvvisato, dalle cerimonie religiose, dai corsi di “Thai Chi”, dal gioco della pignatta.

La socialità, l’intreccio di conoscenze, appaiono quasi spenti, soffocati nella solitudine. Anche se c’è qualcuno che vorrebbe spingerli a uscire, a scoprire un mondo interessante, una vita diversa. Magari imparando quella lingua spagnola che tentano di usare solo al mercato per dire che quel tal prodotto è “muy caro”, troppo caro.

Un’opera che fa riflettere. Con quella battuta nel finale: “Sì, abbiamo lavorato tanto, ma non siamo stati meglio dei nostri genitori”. Una frase che sentiamo pronunciare anche dalle nostre parti. Pensate come potranno esprimersi molti dei nostri nipoti, quando dovranno fare i conti con gli emolumenti pensionistici che si stanno preparando per loro. E chissà se troveranno qualche bunker in cui ritrovarsi all’estero