E Peter Pan finisce nella seconda guerra mondiale
In sala dopo la presentazione alla Festa di Roma “Pan – Viaggio sull’isola che non c’è” di Joe Wright. Rilettura ardita e postmoderna del celebre romanzo di James Matthew Barrie, tra le note dei Nirvana e piani sequenza in 3D…
Joe Wright “manipola” Peter Pan. Il regista inglese, dopo il flop clamoroso negli Stati Uniti, arriva alla Festa del cinema di Roma con la sua versione del classico di James Matthew Barrie, presentato all’Auditorium nella gremita proiezione unica di domenica 18 ottobre. Nelle sale italiane uscirà il 12 novembre. L’autore, dopo l’ottima prova di Anna Karenina, si conferma esperto di romanzi difficili (come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione) e – soprattutto – della loro trasposizione in chiave personalissima. Come il capolavoro di Tolstoj era interamente girato in un teatro di posa, qui il classico di Barrie subisce un’ardita riscrittura e una nuova messinscena in 3D. Nell’incipit concettuale siamo subito avvertiti: «Conoscete la storia di Peter Pan? Questa è un’altra storia».
Insieme allo sceneggiatore Jason Fuchs, Wright riscrive il testo di partenza. Ed è legittimo: non piacerà ai puristi e ai filologi dello scrittore, ma la visione cine-letteraria dell’inglese prevede sempre un adattamento della fonte con decisive variazioni. Peter Pan secondo lui: così Peter è un bambino in un orfanotrofio di Londra durante la seconda guerra mondiale, maltrattato dalle perfide suore, che viene rapito e trasportato sull’isola che non c’è. La sua nemesi è il pirata Barbanera, ispirato al celebre corsaro realmente esistito, che lo costringe ai lavori forzati in miniera per trovare il Pixium, polvere di ossa di fata che garantisce l’eterna giovinezza. James Uncino è un giovane minatore che si allea con Peter per organizzare la fuga: ha entrambe le mani, usa un uncino solo per affilare il piccone, non è un villain piratesco, ha solo un carattere ambiguo che lo rende doppio e sfuggente. Non c’è nessuna Wendy: il cardine femminile è Giglio Tigrato, affidato a Rooney Mara, la boss di una tribù di indiani in lotta contro i pirati. E Trilly compare solo in un cameo.
Lasciando l’intreccio al singolo sguardo, nella prima parte Wright reinstalla la storia in veste postmoderna: giocando con la contaminazione azzarda riprese estreme, in partire dal veliero volante che si scontra con gli aerei militari per proseguire nella scena – la migliore – dove i bambini nell’isola che non c’è cantano Smells like teen spirit dei Nirvana.
Dal lato visivo il regista utilizza una tridimensionalità non solo decorativa, ma piegata alla sua idea di rappresentazione: primi e secondi livelli di visione, dunque, oggetti “sparati” in faccia allo spettatore, fughe prospettiche e suggestive profondità di campo, in stile Gravity, come Peter che rotola nello spazio proprio mentre una gallina espelle l’uovo. Allo stesso tempo, in due/ tre occasioni, Pan si fregia della peculiarità del regista, il funambolico piano sequenza che racchiude figure e situazioni nella stessa inquadratura di sintesi, creando vertigine in chi guarda, ancora con l’aiuto del 3D.
A lungo andare – però – Wright paga pegno all’industria hollywoodiana e dirige una seconda parte spettacolare col pilota automatico: nel lungo squarcio action che precede la chiusura, infatti, il regista perde la peculiarità che lo distingue e si adagia sugli ovvi codici del blockbuster. Tra acrobazie, spadate e dialoghi di genere si arriva senza guizzi al finale aperto ad un sequel. Anche così comunque Pan resta oggetto anomalo, sfacciato e fuori da ogni etichetta, lontano delle molte trasposizioni corrette dei nostri anni che non osano nulla. Gli amanti del romanzo ne stiano lontani.
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