Librerie: la riapertura “simbolica” che preoccupa molti librai. Soprattutto gli indipendenti
Riaperte (dal 14 aprile) le librerie sul territorio nazionale, facendo seguito alle richieste arrivate da esponenti della cultura e dell’editoria. Ma il provvedimento è giudicato prematuro e inadeguato da molti. In diverse regioni la chiusura è stata prorogata e parte del settore è critico: in una lettera aperta del gruppo di editori e librai indipendenti LED si espongono le perplessità di natura sia sanitaria che economica. Tra i firmatari c’è Francesca Chiappa, editrice (con Hacca) e responsabile della libreria indipendente Kindustria, che ci spiega come mai riaprire ora potrebbe essere, per molti addetti ai lavori (e non solo), un ulteriore problema più che una soluzione…

La Pasqua in quarantena ha portato con sé qualche riapertura: tra queste, dal 14 aprile, quella di librerie e cartolerie. Ma non in tutte le regioni. E, soprattutto, non tutti, tra gli addetti ai lavori, ritengono sia una buona idea.
Intanto, Lombardia, Trentino, Piemonte, e Campania hanno prorogato la chiusura delle librerie per tutto il restante periodo di lockdown (prorogato ufficialmente fino al 3 maggio). Nel Lazio la riapertura dovrà attendere fino al 20 aprile e in Sardegna fino al 26 dello stesso mese. Le librerie toscane potranno ripartire solo laddove siano garantite mascherine a clienti e negozianti, nonché la distanza reciproca di 1,80 metri. In Emilia-Romagna sono escluse le province di Piacenza e di Rimini.
Le differenti applicazioni del provvedimento ci danno già un’idea di quanto la decisione non abbia riscosso un consenso unanime, e non solo tra gli amministratori: anche (e soprattutto) il mondo della cultura, dell’editoria e degli stessi venditori di libri, è diviso.
Da una parte, molti si erano schierati, già prima del provvedimento, a favore della riapertura, sottoscrivendo anche un appello pubblicato il 1 aprile sul quotidiano Il manifesto. Tra i firmatari, editori come Ginevra Bompiani e Luca Formenton, scrittori come Gianrico Carofiglio e Valerio Magrelli, accademici come Tomaso Montanari e Giulio Ferroni. «Non si vede perché», affermano, «i consumatori di libri sarebbero meno disciplinati dei consumatori di cibo o medicinali».
La ripartenza delle librerie, secondo i sottoscrittori dell’appello, sarebbe utile tanto al «conforto culturale e spirituale» di chi dovrà sopportare ancora a lungo la «innaturale forma di esilio fra le proprie mura», quanto a dare «ossigeno all’editoria libraria, su cui si regge gran parte della formazione culturale e della circolazione delle idee nel nostro paese».
Ma si sono sollevate anche voci perplesse e critiche, tra cui quelle di diversi editori e librai indipendenti, ovvero i più duramente colpiti dalla crisi in cui è piombato il settore a causa dell’emergenza sanitaria. Una simile riapertura, in una fase delicata come l’attuale, potrebbe addirittura essere controproducente, come ci spiega Francesca Chiappa, editrice (con Hacca) e libraia (con Kindustria, a Matelica, in provincia di Macerata) indipendente, che il 14 aprile non riaprirà.
Il primo problema, ci spiega Francesca Chiappa, è la difficoltà a garantire la sicurezza di lavoratori e acquirenti: «Innanzitutto perché non esiste un protocollo per le librerie». Non pare realistico, infatti, applicare ad esse le disposizioni già valide per altri negozi, come quelli di generi alimentari. «Entrare in una libreria presuppone un tempo di permanenza maggiore, non è detto che un cliente trovi subito quello che vuole, anche perché l’assortimento di una libreria è sempre limitato rispetto al catalogo».
C’è inoltre da considerare il tempo di resistenza del virus sulla carta e la particolare difficoltà a disinfettare le superfici dei libri senza comprometterne la qualità: «abbiamo provato a disinfettare un libro, e il libro poi era invendibile». Senza contare che «riaprire significa anche mettere in circolo delle persone», tra cui gli stessi librai, con tutti i rischi aggiuntivi che ciò comporta.
Anche dal punto di vista economico il provvedimento, in assenza di ulteriori disposizioni, si tradurrebbe in «uno sforzo in più per le librerie», che dovranno «pagare le utenze, pagare gli affitti e, nel caso di librerie più grandi della nostra, pagare i dipendenti», contando però su un pubblico «comunque ridotto» rispetto a prima della crisi. Le piccole librerie indipendenti, infatti, «legano gran parte delle loro vendite agli eventi», impossibili da svolgere in loco senza creare assembramenti.
Per tutte queste ragioni Kindustria e altre librerie indipendenti, riunite nel gruppo LED (Librai Editori Distribuzione in rete), si sono espressi in una lettera aperta al governo nazionale: i sottoscrittori (già 250 librai di tutta Italia) pongono i vari dubbi e interrogativi, di ordine sia sanitario che economico, su quella che definiscono la «riapertura “simbolica”», affermando che, in assenza di chiarimenti da parte delle istituzioni, molti dei firmatari continueranno a tenere chiusi i propri esercizi.
Molte di queste realtà, d’altronde, stanno sperimentando modalità alternative per mantenere viva la lettura nelle case delle persone, tra gruppi in chat, ebook e servizi di consegna a domicilio. Un modo più efficace di intervenire a favore dei librai, afferma Francesca Chiappa, potrebbe essere allora sostenere strumenti come «il Fondo Libri da Asporto, che è già finanziato in maniera libera e spontanea dagli editori, allo scopo di coprire i costi di spedizione».
In ogni caso, come sottolinea la lettera, «riaprire le librerie non può essere considerato un puro gesto simbolico, ma deve essere un’azione strutturata e gestita nella sua complessità, così come dovrebbe avvenire per tutte le altre attività necessarie alla vita sociale». Tanto più per un settore così gravemente colpito dalla pandemia: e che già prima, per usare un eufemismo, non si sentiva molto bene.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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