“Thunder road”, la vita contromano di un poliziotto (padre). Il cinema indi americano che sorprende
Disponibile nella sala virtuale di Wanted Zone, “Thunder road ” dell’esordiente sceneggiatore, regista e attore Jim Cummings. Ispirato a una canzone di Bruce Springsteen è il viaggio controcorrente e tragicomico nella vita di un poliziotto-padre in crisi su tutti i fronti della sua esistenza. Tra ironia, isteria e dolore, tenerezza e disperazione. Un film che fa deragliare lo spettatore dai canoni usuali del cinema americano …

Ispirato a una canzone di Bruce Springsteen, il film Thunder road dell’esordiente sceneggiatore, regista e attore Jim Cummings ha alle spalle una storia piuttosto lunga e complicata, di quelle riservate ai film indipendenti americani che cercano di dire qualcosa di nuovo.
Il cortometraggio del 2016 del qualeThunder road costituisce un’estensione ha ricevuto il premio della giuria al Sundance di quell’anno. Grazie al denaro messo a disposizione dal Sundance Institute Cummings ha scritto, diretto e interpretato questo film dal taglio molto personale e perturbante, presentato al Festival di Cannes e al Festival del cinema di Milano nel 2018 prima di essere ripescato da Wanted cinema, che lo distribuisce nella sala virtuale di Wanted Zone.
Sin dall’inizio il film fa deragliare lo spettatore dai canoni usuali del cinema americano. In chiesa, dove si celebra il funerale della madre, l’agente di polizia Jim Arnaud trasforma il discorso d’addio in una sceneggiata che non prende mai una direzione precisa, alternando riso e pianto, isteria e dolore, tenerezza e disperazione.
Sembra un caso di quelli che la psichiatria moderna definisce “borderline” per evitare di dargli una classificazione precisa. Ma più che le parole e i gesti di Arnaud sono le scelte della regia a sconcertare. Invece di registrare le reazioni del pubblico come avrebbe fatto qualsiasi film di genere, la macchina da presa indugia sulle espressioni del volto del protagonista, sul montare di un delirio che sembra mosso da meccanismi interni e da pulsioni profonde quasi inspiegabili. E anche ciò che succede dopo non ha nulla di convenzionale, anzi sembra costruito apposta per disorientare lo spettatore.
La classica coppia di agenti in pattuglia, che rincorre la piccola delinquenza nella più anonima delle province americane, ripropone sì l’amicizia improbabile tra poliziotto bianco e poliziotto nero, ma sembra l’esatto contrario di Arma letale quanto a dinamiche e caratteri dei personaggi.
La reazione garantista dei colleghi poliziotti alla blanda reazione violenta di Arnaud in un episodio di micro criminalità urbana rinvia a qualche trascorso che non viene chiarito ma appare del tutto incongrua rispetto alla dinamica reale dei fatti, per non parlare delle cronache a cui ci ha abituato l’America contemporanea specie prima dell’episodio che ha scatenato il movimento Black lives matter.
Vero è che i comportamenti di Arnaud appaiono giustificati dalle durissime prove che gli riserva la vita privata: il dolore per la perdita della madre, la moglie che chiede il divorzio, la figlia con cui non riesce a entrare in sintonia, la scarsa empatia con la sorella, l’avvocato che non riesce a fargli vincere la causa per l’affidamento ma che gli costa la vendita forzata dell’unico bene ereditato, la palestra in cui la madre insegnava il balletto. Il solo barlume di luce è l’amicizia con il collega nero, che peraltro Arnaud cerca in tutti i modi di mandare in rovina.
Tutto congiura a far sì che il quasi lieto fine, l’amicizia salvata a fatica e l’amore della figlia recuperato in extremis, non abbia alcun effetto consolatorio. Anzi, non fa che mettere in dubbio le nostre aspettative, rovesciando ancora una volta i cliché a cui ci ha abituato il cinema americano.
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