Quelli che no. Ma quando inizia il film della Gyllenhaal? Se due ore di nulla vi sembran poche
Favorevoli e contrari al debutto alla regia di di Maggie Gyllenhaal con l’adattamento delle “Figlia oscura” di Elena Ferrante in sala dal 7 aprile (per Bim) dopo il concorso a Venezia 78. Qui la contraria è Teresa Marchesi: salterebbero i nervi anche a Buddha in quel turbinìo di camera a spalla che fa tanto arty ma dà l’emicrania. E si materializza anche una sosia di Alba Rohrwacher, che invece è proprio Alba Rohrwacher, ma non le assomiglia per niente. Saranno gli effetti speciali ?…

Non ho letto La figlia oscura di Elena Ferrante. Se uno dovesse leggere tutto quello che ha scritto dovrebbe andare in pensione a sei anni. Però mi fidavo di Maggie Gyllenhaal. Se ha prodotto The Deuce, anche il suo esordio alla regia sarà all’altezza, pensi da sprovveduto.
È con un certo entusiasmo, perciò, che vai a vedere il suo The Lost Daughter, tratto appunto dal romanzo della Ferrante.
Si spengono le luci, compare Olivia Coleman, si intravedono le nobili rughe di Ed Harris e tu aspetti. Aspetti che il film cominci. Passa mezz’ora e niente da fare. Allora cerchi di ingannare il tempo chiedendoti come hanno fatto a trovare una spiaggia greca – l’unica forse, in tutto l’Egeo – che sembra il fac-simile di Coccia de Morto. Spiaggia su cui Olivia, tra un bagnetto e due rigirate sul lettino, sta a sua volta probabilmente chiedendosi quando c… comincia il film.
È già successa una cosa bizzarra. Olivia entra in casa di giorno e apre la finestra sul buio. Distrazione. Può succedere, si sa, ai registi novizi. Mica bisogna star lì a guardare al capello.
Speri che la regista si decida a mandare un po’ di compagnia alla povera Olivia, e infatti arrivano tanti bambini, al presente e in flashback. Femmine, per lo più. E tutte moleste. Strillano a pieni polmoni, quando non strillano piangono.
È il lato azione del film. Il lato “thriller” è che sparisce una bambola. L’ha rubata Olivia. Perché, non si sa. L’isola si tappezza di cartelli Wanted, come se fosse un rapinatore di banche o un cane smarrito. Olivia resiste. Dalla bocca della bambola esce un verme gigante. È il coté “horror’”. Così abbiamo sistemato i cinefili.
Olivia da giovane è un’attrice di nome Jessie Buckley, che cita a raffica Auden e Keats – perché è una studiosa di letteratura comparata – ma sembra sempre sotto sostanze pesanti, e con le figlie è così su di giri che nella vita reale qualcuno provvederebbe. Nel film invece no. Recita in modo efferato, ma i piani stretti non ti lasciano scampo: o molli il film o subisci.
Va detto che anche a Buddha salterebbero i nervi in quel turbinìo di camera a spalla, che fa tanto arty ma dà l’emicrania. A un certo punto si materializza anche una sosia di Alba Rohrwacher, che invece è proprio Alba Rohrwacher, ma non le assomiglia per niente. Saranno gli effetti speciali ?
Par di capire, in capo a due ore, che Olivia è di pessimo umore perché una ventina di anni prima ha piantato le figlie sbattendo la porta. Poi è tornata, però. Tant’è che le figlie la chiamano al cellulare. Come stai mamma ? Fine del film.
A Coccia de Morto comunque non si stava un granchè. C’era gentaccia villana e i locali, se interrogati, rispondevano con l’occhio vitreo , tali e quali ai baccelloni spaziali de”L’Invasione degli Ultracorpi”. Quelli bravi ci vedranno una raffinata quotation ‘sci-fi.’
Non ci resta che piangere. Piangere su due ore buttate e su tanto spreco. Dakota Johnson almeno ha potuto esibire copiosamente un fondo schiena coi fiocchi. Peter Skarsgaard, consorte della regista, non poteva tirarsi indietro. Ma Olivia Colman ? Ma Ed Harris ? Brava gente, chi ve l’ha fatto fare ?
Teresa Marchesi
Giornalista, critica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come Inviato Speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, "Effedià- Sulla mia cattiva strada", su Fabrizio De André, premiato con un Nastro d'Argento speciale e "Pivano Blues", su Fernanda Pivano, presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.
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