Addio Renato Scarpa, i mille volti del cinema Italiano (e della nostra storia) in secondo piano


Nella sua lunga carriera di caratterista ha vestito più di 100 ruoli tra cinema e tv. Ma per il grande pubblico resterà sicuramente il “Robertino” di Troisi in Ricomincio da tre, il povero Cristo vessato dalla madre ossessiva ed opprimente.

È morto improvvisamente, il 30 dicembre, nella sua casa di Roma, il popolare attore milanese Renato Scarpa. Piccolo, con quel suo volto così profondamente umano, l’attore ha saputo alternare il registro drammatico e quello comico mettendosi in evidenza come uno dei più bravi caratteristi del nostro cinema.

Già a partire dai Sessanta, attraversando le stagioni del cinema italiano fino ad oggi, lavorando con i più grandi autori: i Taviani che ne rivelarono il talento in Sotto il segno dello scorpione (1969) e San Michele aveva un gallo (1973); Nicolas Roeg e Dario Argento che lo vestirono fi ambiguità in A Venezia un dicembre rosso shocking e Suspiria; Giuliano Montaldo che lo “fece” frate in Giordano Bruno. E poi Bellocchio, Comencini, Rossellini, Monicelli, Cavani, Risi tra gli altri.

Per il grande pubblico però, l’abbiamo detto, è diventato popolare grazie a tre fortunati incontri con la comicità: con Carlo Verdone (l’impagabile ipocondriaco di Un sacco bello), Massimo Troisi (l’impacciato Robertino di Ricomincio da tre) e Luciano De Crescenzo (Così parlò Bellavista).

Eppure Scarpa sapeva sempre ritagliarsi una dimensione autonoma e regalava ai suoi personaggi un’umanità particolare, come nell’inflessibile preside di La stanza del figlio o l’abile cardinale di Habemus Papam per Nanni Moretti.

L’attore non ha mai temuto le sfide così da aver cavalcato con ottimi risultati tutti i generi del cinema, dalla farsa al western, dall’avventura, al melodramma. Qualità che aveva affinato fin dall’adolescenza, prima sui palcoscenici teatrali milanesi e poi al Centro Sperimentale di cinematografia di Roma.
Tra i suoi ruoli più significativi quello dell’umile pensionato coinvolto senza alcuna responsabilità negli scontri con la polizia durante il G8 di Genova, in Diaz (2012) di Daniele Vicari. Nel suo sguardo smarrito, nei suoi occhi azzurri che contemplano la brutalità della violenza senza poter opporre ragione alla forza, il regista riassume il senso stesso del film e quel personaggio minore (realmente esistito del resto) diventa l’autentico protagonista.
Ecco ora che Renato Scarpa non c’è più resta il rimpianto per una sua mancata gloria da protagonista che il cinema italiano, colpevolmente, non gli ha mai concesso. Ma sicuramente si potrà ricordare proprio per i suoi infiniti ruoli da caratterista come piccolo grande protagonista della nostra memoria collettiva.

Gino Santini

redattore


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