Venezia, cinema, divi e politici. 90 anni di Mostra in un libro e un convegno monstre

Effetto Covid. Non solo horror e terrore per l’isolamento cui ci ha costretto la peste del nostro secolo in guerra con vaccini di ogni tipo e in grado di riprodursi con armi sempre diverse anche se ora, dopo due anni o più d’assedio, forse meno violente e fatali.
La reclusione obbligata tra pareti domestiche, i nostri “arresti domiciliari”, hanno anche dato tempo a molti per sviluppare e portare a termine progetti letterari.
Monumentale quello del critico e storico del cinema, il prof-commendatore Gian Piero Brunetta rifugiato ad Asiago, un tempo capitale della Spettabile reggenza dei Sette Comuni e terra di Rigoni Stern, “Dove io trovo il meglio della mia creatività. – ci racconta –. Qui ho capito che per me era arrivato finalmente il momento di concludere un progetto che mi portavo dentro da tanto: La storia della Mostra del Cinema, anno per anno, come facevano gli analisti romani. Ma anche il libro che sento più autobiografico”.
Lo fa in apertura dell’altrettanto monumentale convegno, sette ore di fila, nella Biblioteca Biennale ai Giardini di Venezia, per festeggiare i 90 anni della Mostra del Cinema.
“E che regalo migliore potevamo trovare per festeggiare questo importante compleanno?” dice Roberto Cicutto, Presidente della Biennale, al folto pubblico di relatori e stampa schierati in sala. “Lo scorso anno Brunetta, che è il più grande storico del cinema, mi chiama per dirmi che aveva ripreso in mano La storia della Mostra. Dal 1932 al 2020”.

“Marsilio è stato per me l’editore ideale ma avere anche la presenza della Biennale mi è sembrato perfetto” aggiunge l’autore.
Ed ecco il risultato: “Più di 1200 pagine, 300 fotografie, 18.000 film – c’informa Alberto Barbera, il direttore della Mostra in veste d’intervistatore, aprendo il suo intervento con la notizia appena giunta: che due importanti e premiati registi iraniani (Mohammad Rasoulof et Mostafa Aleahmad), tanto per cambiare, sono stati arrestati e trasferiti in un luogo sconosciuto – ma come hai fatto ad affrontare una materia così monumentale?” Chiede al prof-commendatore.
“L’inizio, dagli anni ’30, l’ho studiato da storico – risponde – gli altri, dagli anni ’60 li avevo già dentro. E la memoria non mi ha mai abbandonato. Penso comunque di avere preso questo impegno anche per riconoscenza nei confronti di Venezia e della Mostra. Senza le retrospettive viste a 16 anni forse non avrei seguito questo mestiere nella vita. Ho comunque cercato di fare lo storico anche negli ultimi 20 anni, non ho voluto intervistare i direttori che si sono succeduti. E di certo qualcosa è rimasto fuori: alcune foto, recensioni di critici dei giornali locali. Ho scritto invece un po’ di più della tv dagli anni 80”.
“Per una storia della Mostra non lineare, fatta di discontinuità e trasformazioni”, Incalza Barbera. “In base al momento storico si vede come la Politica voglia entrare – è la risposta -. Nata libera nel ’32, insieme al sonoro e alla ripresa del cinema italiano, da subito con presenze di russi e americani, senza censura. Solo due anni dopo la politica entra pesantemente. E la paura che Roma la voglia scorporare non è di certo paranoia dei veneziani. Già nel ’46, con la festa del Quirino a Roma, il tentativo è periodico e puntuale. Il cinema comunque si trasforma e la Mostra lo accompagna. Un esempio è che qui, rispetto a Cannes, che non ha scelto questa strada, non c’è stato un rifiuto della piattaforma”.
Poi si parla dei critici e della involuzione della loro professione. “Siamo passati da uno o due film al giorno allo tzunami. È difficile avere tempi di reazione per chi ha da scrivere e vedere tanti film al giorno. Io ricordo però quelli che uscirono con occhi da zombie anche da L’année dernière a Marienbad nel ’61 a Venezia. Dagli anni ’80 in poi aggiungerei che il critico ha perso la sua autorità”.
Ecco però che arriva Natalia Aspesi che, nonostante lo snobismo nei suoi confronti proprio dei critici “Quando improvvisamente mi sono trovata a parlare, oltre che dei vestiti, dei film, non mi ha voluto nessuna delle loro associazioni”, parte in difesa con il suo graffio spiritoso abituale, nonostante l’età che ci dichiara superiore di ben 4 anni a quella della Mostra.
“Ricordo bene il ’68, coi critici disperati mentre noi cronisti, io e Lietta Tornabuoni, avevamo capito che questi registi di sinistra, come del resto ero anch’io, intendo di sinistra, stavano facendo un inutile casino. Io ritengo comunque la loro figura importantissima, anche se il loro mestiere di sapienza sembra quasi distrutto, relegato a 7 righe per ragioni di pubblicità. Una volta i giornali ci ospitavano all’Excelsior, ora li mandano a piedi da Mestre. Quanto al lavoro di Brunetta io non leggo mai libri noiosi o da consultare, ma il suo mi ha incantato, mi ha dato l’idea della scrittura di un romanzo”.
Con precisione da ingegnere un po’ psichiatra Paolo Baratta, ex presidente della Biennale ci aveva intanto già parlato del rapporto Biennale-Mostra come di Madre e Figlia, organismi viventi con rapporti di alti e bassi. Partendo dalle origini fino agli anni ’40 di questa giovane potenza nuova.
“Non c’era – dice – il curatore. Decidevano i paesi chi mandare. Il direttore assemblava. Goebbles compilava le liste dei film senza obiezione e l’Italia accoglieva. Volpi di Misurata la dirigeva, tutti rappresentavano sé stessi e aumentavano i premi: nel ’38 erano addirittura 34. Poi la guerra e poi nel ’46 nasce il Festival di Cannes e a Venezia riparte la Mostra. In 3 anni con Zorzi si vedranno opere bellissime con corti di Antonioni, Comencini, Maselli. Tre anni dopo però Zorzi si dimette per troppe interferenze. La Biennale si ritira, il direttore viene scelto da Roma e arriva un giornalista romano: Antonio Petrucci il primo di una serie fino all’arrivo di Chiarini che scriverà una lettera alle delegazioni: “I film li scelgo io”. Poi il ’68 con queste regole: 1) bandita la parola Mostra. 2) bandita la selezione 3) bandita la visione, i film vanno scelti sulla base dei temi. Gli effetti durano un decennio. E finalmente con Lizzani 4 anni fantastici.
E nell’82 la spartizione dei posti: direttore e presidente nominati da accordi politici con persone di prim’ordine e grandi registi, ma comunque sconnessione che impedisce un progetto comune. Nel ’98 una riforma radicale riacchiappa la Mostra con una nomina diretta. Prime assolute al 100% per i film, il progetto è comune e tutto cambia. Previsti miliardi per la mostra. Ed ecco che, nel 2002, torna la voglia di sottrarre la Mostra con la Festa di Roma. L’astronave per Venezia si trasforma in meteora. E al Lido si apre una vera voragine proprio sotto le finestre dove di norma si svolgeva l’incontro con la stampa estera. Fine dei soldi. Ma la Biennale si fa prestare 7 milardi e si riacchiappa la Mostra. Torna una buona madre per il Cinema, non più strumento di interessi politici o commerciali. Riuscendo poi a realizzare con Biennale College, di cui ricorre il decennale, il sogno di Citto Maselli”.
Di cui ci parla con orgoglio Sabina Neirotti “150.000 euro che da quest’anno saranno 200.000 per realizzare un esordio. In 10 anni abbiamo ricevuto da tutto il mondo 2167 progetti. Tra i realizzati, seguiti da 100 tutor venuti a San Servolo da diversi paesi e dotati dell’arte maieutica di cavar la qualità delle persone, non c’è un film uguale all’ altro, nessuno svela un basso budget e quasi tutti hanno ottenuto una distribuzione commerciale”.
Ma, come in tutte le feste di famiglia che il cinema ci ha regalato, arriva il colpo di teatro. Entra in scena Felice Laudadio che della Mostra è stato direttore nel ’97 e ’98. “In piena Biennale da parastato con ben tre presidenti in solo due anni. Un apparato impresentabile quello del berlusconismo – ricorda. E racconta una storia dice mai raccontata – .Arriva Paolo Baratta, un ex ministro dei lavori pubblici, un ingegnere. Con cui entro in conflitto nel ’97. C’era bisogno di una sala in più per il pubblico. Io proposi a Cacciari, allora sindaco, di trovare uno spazio al Lido per un tendone da circo. Con immediato odio dei residenti arriva il Palabiennale. Ma il ticchettio di una pioggia sul tendone basta a scatenare le proteste. Resta la necessità di 800-900 posti. Metti una sera a cena dai Traxler, distributori di Academy, incontro un miliardario svizzero appassionato di cinema. Per costruire una sala, gli dico, ci vorrebbero 4-6 miliardi. Li metto io, mi risponde. Lo prendo e porto a un altro tavolo dove c’era Walter Veltroni che aggiunge: la differenza ce la metto io. Riunione dei sovrintendenti. Contrari. Insomma non andammo avanti. Proprio in quei giorni mi arriva una proposta irresistibile: Presidente di Cinecittà. E do le dimissioni”.
“I soldi sono arrivati. Io non li ho visti, ma sono comunque riusciti a risolvere molti problemi strutturali inderogabili. Comunque è grazie al tuo spericolato intervento che la parte del palazzo del cinema su cui pensavi di realizzare una sala è stata poi vincolata” replica Paolo Baratta.
Segue una serie corposissima di ulteriori interventi.
Il “pentito” Canova, che all’epoca collaborava con giornali sessantottini, confessa: ”Ho cambiato idea. Uno non vale uno”. E ricorda Carmelo Bene che in controtendenza ritira il premio nel ’68; la linea di grande austerità di Chiarini che portò 5 consecutivi Leoni d’Oro all’Italia e le sviste di molti: la snobbata Finestra sul cortile di Hitchcock, i fischi contro quel “bigotto” di Fellini per La strada e quelli contro Angeli ribelli di Marco Tullio Giordana. E si ritira sognando una Giuria di Venezia in diretta streaming.
Poi parla Jeff Sharp, bel produttore newyorkese, sostenitore del cinema indipendente, che invita Alberto Barbera a New York per il 28 novembre 2022 dove lo premieranno per quel che ha fatto per il cinema mondiale.
Ma è dalle 15 in poi che il convegno si arricchisce di presenze femminili. Non può mancare la nipote di Volpi di Misurata, la produttrice Marina Cicogna che della Mostra ha solo due anni in meno e che quest’anno ci ha raccontato già parecchio della sua vita e tutto il resto nel documentario di Bettinelli.
Ma elegante, bella e lucidissima regge la scena come sempre, togliendosi, con rodato savoir faire, non pochi sassolini dalle scarpe. Né possono mancare due Coppe Volpi & Madrine Isabella Ferrari e Valeria Golino, mentre in diretta da lontano piovono ricordi e auguri da Isabelle Huppert, Tilda Swinton, Marco Bellocchio, Gilles Jacob.
Il lungo incontro ai Giardini per festeggiare il compleanno è stato preceduto da una mostra al Portego di Ca’Giustinian: 1932 La Prima Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica che, oltre al ricco materiale dell’Archivio della Biennale, include un video del Luce, e si è concluso, per ora, al Lido in Sala Grande con la proiezione di Regen di Mannus Franken e Joris Ivens, corto olandese del 1929, e Gli uomini, che mascalzoni di Mario Camerini del 1932. In perfetto Bianco e Nero.
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