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Quel fascista (impunito) di Volpi. Perché la Mostra non riesce a cambiare nome a quel premio?

La Berlinale ha da poco sospeso il premio intitolato ad Alfred Bauer, fidato collabratore di Goebbels. Mentre la Biennale, nonostante le ripetute richieste, non cede a cambiar nome al premio per la miglior interpretazione, la Coppa Volpi, intitolata al gerarca fascista (Giuseppe Volpi di Misurata) con sanguinose responsabilità anche nel passato coloniale del regime e coinvolgimenti nel Vajont. Intanto “l’Espresso” lancia l’idea di intotalare la celebre a coppa a una grande interprete come Franca Valeri. Perché no?!

È stata da poco archiviata la 77esima edizione del Festival di Venezia che attraverso i social si torna a parlare della Mostra con una recriminazione che colpisce chirurgicamente un punto sensibile a carico della sua reggenza: la Coppa Volpi.

No, niente a che vedere con Picchio Favino e Vanessa Kirby, miglior attore e migliore attrice di quest’anno. È proprio la Coppa Volpi in quanto tale. Il motivo del contendere, infatti, riguarda l’intitolazione al conte Giuseppe Volpi di Misurata, fondatore della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Detta così nulla da eccepire. Se non intitoli un premio a chi ha fondato il Festival a chi lo vuoi intitolare?
E però c’è più di un problema, a voler ben guardare. Perché il conte Volpi ha i suoi meriti ma anche una militanza da gerarca fascista mai disconosciuta.

Già. Questo bel sasso nei vetri del Palazzo del Cinema è stato più volte scagliato, senza lasciare però troppe tracce. Lo scorso febbraio è tornato a parlarne Paolo Valentino sul Corriere della Sera; durante la Mostra L’Espresso ha lanciato l’appello perché il premio venga intitolato a Franca Valeri, così che sui social il dibattito si è infiammato in fretta (la scrittrice Francesca Melandri in testa che ricorda la condanna del Conte scampata a seguito della cosiddetta “Amnistia Togliatti”).

In effetti, a scorrere la biografia di Giuseppe Volpi, ci si imbatte in quelle che sono ben più che zone d’ombra. Di certo, ai suoi tempi, è stato un imprenditore di altissimo livello (c’è il suo nome anche dietro alla strage del Vajont, come fondatore della Sade propietaria dell’impianto) e un riconosciuto patrono delle arti, ma è stato anche una figura di primo piano nel panorama fascista fin dagli albori del regime.

Membro del Gran Consiglio del Fascismo gli archivi ne ricordano il voto favorevole alle Leggi Razziali, grazie alle quali divenne presidente delle Generali, il colosso assicurativo, al posto di Edgardo Morpurgo che dovette rassegnare le dimissioni in quanto ebreo. Che Volpi lo avesse programmato o si fosse trattato di una conseguenza sempre un rapporto di causa- effetto si tratta.

Ma non solo, già prima, in qualità di Governatore della Tripolitania (dal 1922 al 1925), ai tempi della sanguinosa “pacificazione” dei territori coloniali libici ad opera del generale Graziani, si è guadagnato il titolo nobiliare concessogli dal Re per inoppugnabili meriti sul campo, tipo gli ingenti vantaggi economici portati alla Patria sotto il proprio governatorato.

Tutto questo, e molto altro, si può facilmente trovare on line, Wikipedia compresa.
Volpi, dopo la guerra, come tanti altri personaggi di primo piano in epoca fascista, ha tratto beneficio dalle cortine fumogene create per favorire rimozioni, insabbiamenti o vere e proprie riscritture della storia. Sono in molti ad aver girato la testa dall’altra parte e ad aver sbrigativamente liquidato il problema per non dover fare i conti con vicende scomode. Trascurare, eludere o sminuire il problema rappresentato dal fascismo e dalle sue permanenze ha anche decisamente giovato ai recenti rigurgiti, mai così diffusi ed evidenti nella storia nazionale dal 1945 ad oggi.

Ma per tornare al casus belli che vede al centro la Coppa Volpi, l’avvio di un riesame oggi non sarebbe così complicato. Prendendo esempio, tra l’altro, dalla Berlinale che quest’anno ha sospeso il premio intitolato ad Alfred Bauer, istituito nel 1987 per le opere che indicano “nuove prospettive sull’arte cinematografica”.

Il premio è temporaneamente stato rinominato come Orso d’argento, in attesa degli esiti della commissione e dell’eventuale abolizione definitiva. La decisione (inevitabile) è arrivata dopo le rivelazioni di Die Zeit. Il quotidiano ha documentato come Bauer, direttore della Berlinale dal 1951 al 1976, avesse svolto un ruolo di primo piano nell’industria del cinema nazista, di come fosse un fidato collaboratore del Ministro della Propaganda Joseph Goebbels, tesserato al partito e anche uno “zelante membro delle SA”, la famigerata milizia hitleriana, secondo la testimonianza di un Gauleiter (dirigente del Partito Nazista) dell’epoca.

La “sospensione” del premio Bauer è dunque una mossa opportuna, tempestiva e dovuta, così come la decisione dello stesso festival di incaricare immediatamente la commissione di esperti dell’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco di Baviera che si pronuncerà sulla figura e il ruolo di Alfred Bauer nel contesto nazista.

Opportunità che sembra non voler essere colta da Venezia. A chi intitolare la (ex) Coppa Volpi è un problema secondario (e perché no a Franca Valeri?) quello che salta all’occhio, piuttosto, ancora una volta è la scarsa volontà del nostro paese di fare i conti con le proprie responsabilità storiche. Cosa che la Germania, invece, ha compiuto da molti anni.


Gino Delledonne

Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.