Il grido pacifista di “Disco Boy”. Nell’Europa che corre alle armi l’unico film italiano corre per l’Orso
È in corsa per l’Orso d’oro e non parte male, l’unico italiano della Berlinale. “Disco Boy” di Giacomo Abbruzzese racconta la storia di un soldato bielorusso in Francia, aprendo, con coraggio, a riflessioni su guerra e antimilitarismo, mentre l’Europa non smette di correre alle armi …

Il sangue può fare la differenza. Una scritta sul muro di una caserma ci dice che si può diventare francesi anche con il sangue dato e non solo con quello ricevuto. Il sangue che si disperde in un fiume, invece, sembra andare in un’altra direzione.
Sono due tipi diversi di sangue, ma entrambi confluiscono, e forse lottano, in Disco Boy, il film di Giacomo Abbruzzese, unico italiano in concorso alla Berlinale. Italiano si fa per dire, perché la produzione è una macedonia di contributi europei, con la Francia in prima fila. Il che non stupisce, visto che è soprattutto della Francia che nel film si parla.
Abbruzzese, quarantenne di Taranto con un passato da documentarista e qui al suo debutto nella finzione, prende un confine caldissimo del mondo attuale, quello tra Bielorussia e Polonia, tra l’Unione Europea e l’ex repubblica sovietica rimasta più vicina di tutte al Cremlino di Putin. Lo fa attraversare al suo protagonista, Alex, che ha il viso di Franz Rogowski (ironia della sorte, attore tedesco ma con cognome polacco) e sogna di arruolarsi nella Legione straniera dell’esercito francese.
Il sogno si realizza, ma chiede in cambio un pegno di sofferenza: il suo compagno muore nel tentativo di varcare un fiume e arrivare in Germania. È il primo sangue che si manifesta, ma il film non ce lo mostra, forse perché il suo protagonista per primo non può fermarsi a rifletterci.
Alex ha un contraltare, un altro soldato, come lui ricorso alle armi per mancanza di orizzonti. Jomo ha radunato attorno a sé tanti giovani come lui e ha formato l’esercito per la liberazione del delta del Niger. Dice che la violenza è l’unica strada per costringere i bianchi ad andar via, se resteranno la loro terra sarà distrutta da emissioni e corruzione. Difficile dargli torto.
Disco Boy, dal punto di vista della regia, sorprende perché rischia, un fatto non scontato, tantomeno in un esordio. Abbruzzese si lancia continuamente in dettagli e primissimi piani, una scommessa vinta perché aiutano a rendere l’intensità del film. In altri casi forse esagera, ad esempio scegliendo di rimanere nel punto di vista “termico” in una delle sequenze più importanti del film. Ma ci regala poi anche un sorriso cinefilo nella francesizzazione della stranota scena di Mickey Mouse in Full Metal Jacket.
Tante delle cose che funzionano nel film si devono anche al suo protagonista. Rogowski non è una sorpresa, da anni si è affermato come uno degli attori di maggior talento del panorama europeo. In questo caso riesce con laboriosa capacità a restituire, nello sguardo vitreo del suo personaggio, la sua evoluzione interiore.
Sì, perché le strade di Jomo e Alex si incontrano, proprio in Nigeria (strepitosa la sequenza in cui il soldato francese rimane appeso nel vuoto sul paesaggio distrutto dell’Africa settentrionale). È ancora una volta la morte in un fiume a cambiare tutto, le certezze sull’esercito si sfaldano, il richiamo della liberazione dal dolore, simbolizzato dal ballo, si fa più necessario.
Nei tempi in cui ci troviamo, Disco Boy diventa un film su cui è utile riflettere. Il suo antimilitarismo non è dichiarato né netto, ma c’è. E chiama in causa anche luoghi che non sembrano pronti ad abbandonare le armi, Europa compresa. Se l’evoluzione del suo personaggio può sembrare un po’ forzata, non si può nemmeno ignorare il coraggio della scelta di una direzione che gode, oggi più che mai, di scarsissimo consenso.
In un festival come la Berlinale, sempre attentissimo nel coadiuvare la bellezza dei film con le domande del nostro periodo storico, il film di Abbruzzese può sicuramente ambire a qualche riconoscimento. Dovesse succedere, chiaramente, si griderà al miracolo e alla vittoria italiana. Difficile sorprendersi, d’altronde è abitudine dei tempi di guerra esser di manica larga con la parola “vittoria”.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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