Il femminismo (da salotto) ora è rosa. Il colore di Barbie kolossal che inonda i cinema del pianeta

Da 64 anni, cioè dalla sua nascita commerciale il 9 marzo 1959, Barbie lavora per demolire l’autostima delle bambine. Lo dicevano le femministe dei movimenti anni ’70, che inalberavano tra i loro slogan I am not a Barbie Doll.
Bionda, wasp, gambe chilometriche e taglia skinny, imponeva uno standard estetico inarrivabile. La sua anatomia, sostenevano, era pura e diseducativa istigazione all’anoressia. Stando al fatturato della Mattel, il brand produttore del giocattolo, che ancora incassa mediamente un miliardo e mezzo di dollari l’anno con il suo articolo di punta (ma che prudentemente ha introdotto anche taglie curvy e esemplari inclusivi di tutte le etnie), le polemiche hanno fatto un buco nell’acqua.
Per legioni di donne cresciute in simbiosi con questa mitica, rivoluzionaria fashion doll, Barbie è come la madeleine di proustiana memoria, fa tutt’uno con il profumo e il sapore della propria infanzia. Di tutto questo ha astutamente fatto tesoro Greta Gerwig, scrivendo (in collaborazione con il compagno di vita e lavoro Noah Baunbach) e dirigendo Barbie, il kolossal celebrativo che dal 20 luglio ha inondato gli schermi di mezzo pianeta, preceduto da una delle campagne di lancio più rumorose dei tempi recenti: l’hashtag #Barbiecore è stato in position su TikTok per mesi e mesi, i meme scaturiti da stupefacenti trailer fluo hanno inondato i social.
Greta Gerwig l’ha imposta Margot Robbie – vera anima del progetto – ai committenti Mattel e Warner Bros. Gode di una patente femminista e autorale, è nata dal cinema mumblecore, cioè indipendente e a basso costo, del giro newyorchese intellettual-chic, blandamente progressista e programmaticamente cool. Era perfetta per travestire un contenitore di product placement da 100 milioni di dollari da operazione colta e sofisticata. Si è già impadronita di un classico come Piccole donne facendone insopportabili polpette. Adesso lavora per casa Disney ad “attualizzare” Biancaneve, eliminando il Principe, simbolo patriarcale, e il bacio “non consensuale”. È la campionessa del revisionismo trendy e politicamente corretto.
Barbie è un piattino di femminismo salottiero e gluten free, buono cioè per tutti i palati (anche i più allergici all’emancipazione femminile), in confezione lusso. È una sbornia micidiale di rosa, in senso letterale e metaforico: tinte confetto (quelle del mondo di plastica Mattel) e buoni sentimenti, pistolotti banali contro il patriarcato del nostro mondo corrente e uno scontato esito che ricalca Pinocchio ma anche l’Uomo di Ferro del Mago di Oz, quello che sognava un cuore umano. Sono riferimenti, non sto spoilerando. In sintesi, è un blockbuster pretenzioso che finge di non servire allo scopo per cui è concepito, cioè vendere merce anche ai riottosi. Non a caso lo slogan promozionale Usa recita: “se ami Barbie, questo film è per te. Se odi Barbie, questo film è per te”.
Gerwig non è una sprovveduta e le idee ci sono. La migliore di tutte apre il film, nel segno di Kubrick. In una grigia preistoria (pre-1959) popolata di bambine-mamme condannate a cullare bambolotti-bebè (gli unici che offriva il mercato) l’icona liberatrice – che ha la folgorante bellezza di Margot Robbie – di materializza come il monolito di 2001: Odissea nello Spazio. È l’avvento della civiltà, e i giochi limitanti del passato sono da rottamare.
L’altra idea, attinta alla storia produttiva autentica dei giocattoli, è che nel mondo perfetto di Barbie Land le Barbie hanno il potere e i Ken sono subalterni, toy boys in senso proprio. Al contrario di Adamo, Ken infatti è nato da una costola di Barbie e solo due anni dopo di lei, nel 1961. Diciamo che fa parte delle dotazioni, come il mitico camper pink, i cuccioli di plastica e le dream house che svuotano le tasche dei genitori. E Ryan Gosling nel ruolo è assolutamente fantastico, il vero plusvalore del film.
Detto questo, l’intera vicenda è “telefonata”, come si suol dire: il viaggio di indagine della bambola asessuata (dotata di tettine ma priva di vagina come Ken è privo di pene) tra le insidie del mondo reale e il tempestoso ritorno a casa, perché nel frattempo Gosling-Ken ha ordito un colpo di Stato importando i modelli patriarcali della civiltà umana. Vedo che un mare di critici di tutti i Paesi hanno abboccato all’amo, ipnotizzati anche da canti e coreografie appetitosi. Il marchio Mattel si ritaglia la parte del leone come elemento drammaturgico, con le caricature sorridenti del suo CEO (Will Ferrell) e di uno staff tutto maschile. Alla retorica provvedono America Ferrera (quella della serie Ugly Betty) e la reincarnazione di Ruth Handler, consorte del co-fondatore dell’azienda e vera creatrice storica della bambola Barbie.
La Robbie-Barbie con le fattezze dell’attrice è già sul mercato da giugno, per 50 dollari, e la Corvette rosa da 75 dollari va a ruba. Gli accordi-quadro con una miriade di marchi produttori di valigie, candele, sandali Birkenstock, frozen yogurt e chi più ne ha più ne metta frutteranno miliardi. E i più si faranno abbindolare da uno slogan di lancio italiano che ammicca alla corsa femminile al sorpasso: “Lei può essere tutto quello che vuole. Lui è solo Ken”. Buon divertimento.
Teresa Marchesi
Giornalista, critica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come Inviato Speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, "Effedià- Sulla mia cattiva strada", su Fabrizio De André, premiato con un Nastro d'Argento speciale e "Pivano Blues", su Fernanda Pivano, presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.
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