Camminando per riparare il corpo spezzato. La cura di Sylvain Tesson è un (bel) film ora al cinema

In sala dal 19 ottobre (per Wanted Cinema) “A passo d’uomo” il film del regista francese Denis Imbert, ispirato al romanzo “Sentieri neri” (Sellerio, 2018) dello scrittore-viaggiatore francese Sylvain Tesson. Con Jean Dujardin nei panni del protagonista scrittore, il cammino compiuto a piedi attraverso la Francia (circa 1.200 chilometri) più segreta e rurale per riparare il suo “corpo spezzato” dopo un incidente traumatico. Ma come tanta letteratura sul viaggio ha già raccontato (da Bruce Chatwin al nostro Gianni Celati) la cura non riguarda solo il corpo quanto lo spirito ferito…

Per gli appassionati di mappe e atlanti le carte dell’IGM (Istituto Geografico Militare) sono fonte di piaceri indescrivibili con la loro minuziosa ed entomologica restituzione del territorio. Alla scala 1:25.000 è riportata ogni minima presenza sul terreno: filari di alberi, fossi, pozzi e via di simili dettagli.

Trattandosi infatti di mappe per uso militare, in tempo di guerra, anche il più insignificante dettaglio può rivelarsi un’insidia o un’opportunità da sfruttare per ribaltare le sorti di una battaglia. Ogni nazione ha il proprio corrispettivo dell’IGM e non fa differenza la Francia con l’IGN (Institut Géographique National) e le identiche mappature alla stessa scala.

Ora quelle carte sono una miniera di indicazioni per il trekking e l’escursionismo. Dai viottoli riportati in sottilissime linee nere tracciate su quelle mappe prende il titolo un libro del 2016 di Sylvain Tesson, scrittore e viaggiatore francese: Sur les chemines noires (Sentieri neri – Sellerio, 2018), che ora è diventato anche un film, per la regia di Denis Imbert, con Jean Dujardin nel ruolo del protagonista, che il 19 ottobre uscirà nelle sale italiane ribattezzato un po’ banalmente A passo d’uomo.

I sentieri neri, spesso nominati anche da Dujardin, sono quelli tracciati su quelle minuziosissime mappe e si riferiscono a tracciati ormai ridotti a camminamenti, spesso inghiottiti dalla vegetazione o cancellati da lunghi periodi di disuso. E tuttavia, un tempo, costituivano una vitale rete di collegamento tra villaggi, vallate e territori prima dello sviluppo industriale del secondo dopoguerra.

Lungo quelle linee nere si snoda il racconto di una ricostruzione di sé attraverso la solitudine, il silenzio e il cammino.

Il 20 agosto 2014 Sylvain Tesson, scrittore, esploratore e scalatore cade da un balcone (nel libro cade dal tetto di uno chalet a Chamonix), dopo una serata ad altissimo tasso alcolico. Frantumandosi in mille pezzi colleziona: un trauma cranico, fratture multiple colonna vertebrale compresa, perde l’udito da un orecchio e un coma farmacologico indotto per esigenze terapeutiche.

Al risveglio, l’inquieto Pierre (ribattezzato così in luogo del forse meno cinematografico Sylvain) tronca la riabilitazione ortopedica per autoprescriversi un progetto folle: attraverserà la Francia a piedi, in diagonale, dall’angolo sud-est a quello nord-ovest partendo dal Col di Tenda per arrivare a Mont Saint Michel, circa 1.200 chilometri. Non c’è alcun atto di contrizione, di assoluzione ad un voto o chissà quale altra sfida in questa decisione, solo l’intenzione “di riparare un corpo spezzato”, e una sola regola: stare lontano dalle aree urbane, dalle strade battute e dal rumore dell’umanità. Il reticolo delle sottili linee nere della mappa corrisponde perfettamente al requisito.

L’esploratore e viaggiatore, che ha camminato nei luoghi più remoti della Terra, consegna al diario di quei 76 giorni, che vanno dal 24 agosto all’8 novembre 2015, riflessioni che hanno il valore di un’epifania: “Ho dovuto girare il mondo e frantumarmi cadendo da un tetto per capire che avevo lì, davanti ai miei occhi, in un paese così vicino di cui ignoravo le pieghe, una rete di sentieri di campagna aperti al mistero, immersi nel silenzio puro, miracolosamente vuoto”.

Dai pellegrinaggi medievali alle salite del Mont Ventoux di Petrarca, dai viaggiatori del Grand Tour alle flânerie di Baudelaire e di Benjamin o alle dérive situazioniste debordiane, il camminare è lo strumento, l’atto che apre al mondo esterno ma anche e soprattutto a quello interiore con tutte le riflessioni che ne derivano. Di quello che si potrebbe quindi definire pensiero camminante sono stracolme intere biblioteche.

“La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi” diceva Bruce Chatwin lo scrittore che di questa gesto è stato uno dei più attivi praticanti. Ma è soprattutto la scoperta di luoghi che si sono sempre considerati familiari ma che a passo d’uomo vediamo con altri occhi, nella loro verità, come Paul Theroux che ha camminato Da costa a costa (Frassinelli 1985) “scoprendo” il perimetro della Gran Bretagna.

In Italia resta fondamentale Gianni Celati con Verso la foce (ed. Feltrinelli, 1989/1993/2018) nel quale l’autore percorre il corso del Po dalla sponda cremonese al delta annotando le proprie riflessioni sul paesaggio nel crocevia tra passato e modernità.
Ma è un diario di viaggio come quello compiuto da Werner Herzog da Monaco di Baviera a Parigi, poi riportato in Sentieri nel ghiaccio (Guanda, 1980), a dare il senso più profondo alla pratica del cammino.

Denis Imbert ha adattato per lo schermo il racconto autobiografico di Sylvain Tesson misurandosi con un impresa non facile, al pari di quella che compie il nostro viaggiatore. Come portare al cinema un libro dove i dialoghi sono rarissimi e spesso poco più che un saluto o una frase di circostanza lungo la via? Come rendere un testo che è fatto per lo più di pensieri e sguardi senza imitare Flaherty de L’uomo di Aran? Una bella sfida se la vicenda riguarda Sylvain/Pierre che cerca di ricostruire se stesso attraverso la solitudine propria e degli ambienti che ha scelto di attraversare.

Non poteva che essere un film profondamente contemplativo, dove la bellezza di paesaggi grandiosi si accompagna alla dura realtà delle aree rurali della Francia interna ormai quasi completamente in stato di abbandono. Inevitabili i frequenti e condivisibili riferimenti a temi ecologici, e ai risvolti socio-economici connessi, ma il libro e il film che ne deriva preme soprattutto soprattutto il tasto di un’ecologia della mente.

Se Jean Dujardin rende perfettamente l’interiorità del suo personaggio, le scelte forzate di regia e di (ri)scrittura per un mezzo diverso dalla pagina così riflessiva affidano alla voce fuori campo un ruolo da coprotagonista. Anche i flashback che costellano il racconto risultano cinematograficamente utili per mostrare e contestualizzare il personaggio pre-caduta anche se, in alcuni casi forse sono superflui. In questo film dal ritmo lento (non è un difetto, anzi), avviene naturale ed immediato un processo di identificazione con il protagonista. Sarà che ognuno, a modo suo, ha motivi di insoddisfazione, che ognuno almeno una volta nella vita ha sognato di staccare dalla propria realtà sempre più logorante e spesso insensata.

Ad un giornalista che gli chiedeva che cosa preferisse nei viaggi, Tesson ha risposto: “ritrovarmi solo”. “Non ho bisogno di fare 6000 km per andare ad incontrare l’altro. Ce ne sono ovunque, di altri, per esempio qui in questo appartamento. Un giorno, bisognerà che mi si spieghi perché incontrare un Uzbeko o un Groenlandese dovrebbe essere più interessante che incontrare il vicino di casa o la bottegaia all’angolo”. Certo, la risposta può sembrare paradossale perché normalmente si ritiene che il viaggio sia fatto per incontrare gli altri e quindi il senso del viaggiare di Tesson assomiglia di più ad una astensione, ad una protesta contro i ritmi che la vita impone, anche nella più banale quotidianità.

“Ora, quando non si ha la legittimità di aprire ed esporre un discorso critico su questo tema, non ci resta che il camminare, come possibilità di sfuggire a regole alle quali, sempre più spesso, non sappiamo dare un senso. E così non resta che infilarci in una crepa del mondo contemporaneo e camminando si ritorna alla libertà dei dettagli… scappando via”.

Per questo la fuga di Tesson lungo i sentieri neri, dal Mercantur al Cotentin, non è solo dal sistema sanitario che lo avrebbe curato ma non ricostruito.
Se c’è stato un tempo nel quale credevamo che per combattere il logorio della vita moderna bastasse concedersi un aperitivo al gusto di carciofo, oggi, mirando allo stesso scopo e con maggiori possibilità di riuscita, basta camminare.


Gino Delledonne

Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.

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