“La più piccola” lesbica e mussulmana. Il libro caso di Fatima Daas arriva al cinema
Torna in libreria per Fandango, “La più piccola“, fortunato esordio di Fatima Daas, diventato un caso in Fracia alla sua uscita nel 2020. È la storia autobiografica della giovanissima scrittrice (classe 1995) francese di famiglia algerina. In forma di diario Fatima ci racconta il suo quotidiano di studentessa universitaria delle banlieues parigine, lesbica, mussulmana ed osservante. Dal libro l’omonimo film della regista franco-tunisina Hafsia Herzi che a Cannes 2025 ha consacrato Nadia Melliti, protagonista esordiente, miglior attrice. “La più piccola” arriverà al cinema dal 23 aprile …

“Mi chiamo Fatima”: è la frase ricorrente che dà inizio a ogni breve capitolo di La più piccola (Fandango 2021, pp. 192, 17 euro, traduzione di Giorgia Tolfò), con cui l’autrice Fatima Daas (nata nel 1995), la mazoziya, la più piccola appunto di una famiglia musulmana praticante di origine algerina che vive nella periferia parigina di Clichy-sous-Bois, ricostruisce pezzo dopo pezzo la propria storia, fra romanzo e autobiografia, in una sorta di monologo.
Annoverato dal quotidiano Le Monde fra i migliori libri del 2020, anno della pubblicazione in Francia, a La più piccola è stato poi conferito da Les Inrokuptibles il premio letterario del Primo romanzo. Tradotto in seguito in una decina di Paesi il libro è anche diventato un film per la regia dell’attrice e regista francese di origini algerine e tunisine Hafsia Herzi (già autrice di Tu mérites un amour,2019 e Bonne mère,2021) che, presentato in concorso a Cannes 2025, è stato premiato l’interpretazione dell’esordiente Nadia Melliti, nei panni della protagonista.

Ultima di tre sorelle, combattuta fra due culture – francese e algerina – ci racconta di un’intima introspezione, mentre cerca di resistere alle aspettative della famiglia, “con rispetto e amore”. Di origine algerina ma nata in Francia, musulmana ma inserita in un contesto occidentale, donna ma che non ama gli uomini, fedele ma peccatrice, Fatima appartiene a tutto e a nessun luogo allo stesso tempo, con un susseguirsi di ansie, dispiaceri, sofferenze, speranze, sogni e confessioni. Soprattutto attratta dalle donne ma leale con la sua famiglia.
È infatti una donna lesbica che si trova ad affrontare il mondo religioso musulmano che la respinge. Ha deluso fin dalla nascita le aspettative dei genitori: doveva essere maschio, e da maschio si comportava nell’infanzia. Partendo da un contesto familiare asfissiante, con il padre Ahmad violento e poco presente, che incarna le ingiustizie del patriarcato e la madre Karmar votata al sacrificio e che per esistere deve crearsi un proprio regno, la cucina “dove non si poteva mettere né piede né mano”, ci racconta di sé con dignità e coraggio: il suo rapporto con la religione, in primo luogo, e poi le amicizie, la sessualità, la complessità delle relazioni amorose e infine l’omosessualità.
E anche della sua malattia, l’asma, del suo percorso scolastico e della sua quotidianità scandita dai tragitti andata/ritorno – “più di tre ore al giorno” – fra Clichy-sous-Bois e Parigi, nel corso dei quali cerca di ritrovare se stessa, un luogo in cui sentirsi a casa. Osserva i comportamenti dei parigini che le sono ostili, ha bisogno di qualcuno ma allontana tutti, si sente in colpa per via della sua diversità: “sono una bugiarda, una peccatrice”, perché continua a vivere nell’amore di Dio e non riesce a far conciliare le due parti di sé.
Fatica anche a chiamarsi Fatima – troppo pesante per lei: “Dio solo sa se porto bene il mio nome, se non lo sporco”. Da adolescente, “sono un’allieva instabile”; da adulta, “sono disadattata”; scrive delle storie “per evitare di vivere la mia”. Quanto all’amore, “a casa mia era tabù, così come la sessualità”. Quando Nina è comparsa nella sua vita, “non sapevo più di cosa avevo bisogno e che cosa mi mancava”.
Fatima Daas insiste sull’importanza del senso delle parole, che in La più piccola sceglie con cura: “Presto una grande attenzione alla sonorità delle parole per far sentire le emozioni. Quando scrivo, voglio che le si sentano, con le loro intonazioni. Devono essere gradevoli all’orecchio e ben comprese alfine di evitare i controsensi. Le scelgo in funzione del ritmo e della musicalità”.
D’altronde il dialetto algerino ha un posto essenziale e le permette di enfatizzare il suo racconto: così come mazoziya (l’ultima), o wassekh che significa “sporcare”: “queste parole hanno risuonato fortissime nei momenti essenziali della mia vita, ammiccano a quanti le conoscono. Ho fatto questa scelta perché alcune sono difficili da tradurre, non scriverle in arabo farebbe perdere il senso e l’intensità dei miei pensieri”.
18 Ottobre 2015
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