La nostra bis, bis nonna nella Parigi della Belle epoque. Cédric Klapisch ci rapisce con la macchina del tempo

In sala dal 13 novembre (per Teodora) “I colori del tempo”, nuova delicata e contagiosa commedia di Cédric Klapisch. Una misteriosa eredità mette insieme una trentina di persone sconosciute tra di loro. Sono tutti discendenti di Adèle, giovane e intraprendente ragazza normanna che, nel 1895, lascia la campagna per Parigi. Un film da gustarsi fino in fondo tra nostalgie e satira del nostro presente. Con elegante omaggio all’Impressionismo …

Con I colori del tempo (titolo originale La venue de l’avenir), suo primo film in selezione ufficiale al Festival di Cannes e già in patria grande successo di pubblico, torna sul grande schermo Cédric Klapisch, regista francese amato per il suo sguardo umano sul presente; costruisce ora una narrazione corale che si muove tra atmosfere romantiche e riflessioni sul valore della memoria.

A più riprese premiato dal pubblico, in particolare per Ognuno cerca il suo gatto (1996), L’appartamento spagnolo (2002), nonché Dix pour cent (Chiami il mio agente), la serie francese poi diventata di culto, mai, fino a quest’anno a Cannes, aveva ottenuto un riconoscimento.

Il lungometraggio, nelle nostre sale a partire dal 13 novembre, distribuito da Teodora, attraversa le epoche, unendo la Parigi della Belle Epoque a quella di oggi e riflettendo sul modo in cui le immagini compongono la nostra memoria collettiva. I costumi, le scenografie e la cura delle luci restituiscono con precisione l’atmosfera dell’epoca.

Una misteriosa eredità costituisce il punto di partenza: nella Francia dei giorni nostri, un gruppo di una trentina di persone fra loro sconosciute, diverse per età, esperienze e visioni del mondo, viene convocato in quanto discendenti ed eredi di Adèle Meunier, il fulcro della storia, figura enigmatica che nel 1895 era partita ventenne, campagnola e analfabeta, dalla Normandia alla volta di Parigi in cerca della madre Odette che l’aveva abbandonata e che – come viene subito a scoprire – lavora in una casa chiusa.

Se quel 1895, crogiuolo di arte nuova e rivoluzioni tecniche, è epico, il 2025 appare comico, come i mestieri astrusi degli eredi emissari del gruppo, delegati all’eventuale business della vendita della vecchia casa di Adèle: Seb (Abraham Wapter) “creatore di contenuti digitali”; Céline (Julia Platon) elabora “progetti di discontinuità per l’innovazione ferroviaria”; Abdelkim (Zinedine Soulaem), ramo algerino, professore ma anche “community manager”; soltanto Guy (Vincent Macaigne) svolge modestamente il mestiere di apicultore.

Dovendo ispezionare la casa disabitata dal 1944, si trovano a condividere uno spazio carico di ricordi; fra lettere e fotografie, oggetti dimenticati, vecchi ritratti e dipinti mettono così insieme pezzo dopo pezzo il passato della protagonista Adèle, interpretata da una convincente Suzanne Lindon che spicca per intensità e presenza scenica. Ne emerge la storia di un’antenata intraprendente, immersa nel cuore pulsante dell’Impressionismo.

Parallelamente, nel 1895, in una società che relega le donne nel ruolo di spose, Adèle si avventura da sola nella grande città, segnando una rottura. Insieme ai nuovi amici Lucien e Anatole, un aspirante pittore un fotografo principiante, entrambi animati di belle speranze e conosciuti sul battello in viaggio per Parigi, viene a scoprire una capitale nel vortice del cambiamento, tra taverne e zone ancora rurali nella Montmartre fin de siècle e i salotti della borghesia moderna e tra le arti figurative, l’avvento della fotografia e l’affermarsi dei primi artisti impressionisti.

Fanno sorridere alcuni fili sottili fra ieri e oggi: “Adesso va tutto troppo in fretta. Voi giovani non trovate più il tempo di vivere”, rimarca, usando il nostro attuale linguaggio, l’anziano carrettiere mentre trasporta a passo di lumaca Adèle in partenza per Parigi. “Attraverso i secoli, continuiamo a farci le stesse domande, e cerchiamo ancora risposte nel passato” spiega il regista. E “ho sempre guardato avanti. Mi ha fatto bene guardare indietro”, ammette a sua volta il discendente più giovane.

Il film si propone come omaggio visivo al tempo che passa e al legame profondo tra passato e presente, dando spazio in particolare all’impressionismo e alla figura di Claude Monet. Nella scena iniziale, in una delle sale che ospitano Le Ninfee di Monet, per l’appunto, nel parigino Musée de l’Orangerie si sta girando uno spot di haute couture. La top model protesta: non solo l’arte le ruba la scena, ma “il giallo del vestito fa a pugni con i colori del quadro”. Quindi “Cambiamo il vestito?”, propone incauto il filmaker. Sarebbe eresia, per la modella: “Non puoi modificare il colore del quadro?”.

Qui Klapisch affonda il bisturi bonario: nella moda del presente, nel culto dell’apparenza, nella velocità che schiaccia la profondità. I colori del tempo si inserisce con grazia nel filone tematico che sembra dominare quest’anno sulla Croisette: la necessità di “riguardare indietro”, di riassemblare quel che resta del tempo per comprendere il presente. Il film non ha lo scopo di sorprendere, ma quello – ben più sottile – di ricordare. E nel ricordare, riconciliarsi. In questa “commedia poliziesca” il tempo non si recupera, ma si trasmette.

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