Film da rivedere su Arte.”Il cielo diviso” sopra Berlino secondo Christa Wolf e Konrad Wolf, voci dalla DDR

In onda su Arte (fino al 16 gennaio) “Il cielo diviso” film del tedesco Konrad Wolf ispirato al romanzo tra i più celebri di Christa Wolf, entrambi grandi narratori della Germania dell’Est. Una storia d’amore nata e naufragata all’ombra del Muro di Berlino, con l’uomo a Ovest e la donna a Est. Il romanzo pubblicato 1963 rese celebre la sua autrice anche in Occidente: per la prima volta si rappresentavano dall’interno le speranze, le contraddizioni e le ferite del socialismo reale. Figura letteraria controversa all’indomani del 1989 …

Di Konrad Wolf, il regista più emblematico della Germania Est torna – riproposto sul piccolo schermo da Arte, il canale culturale pubblico franco-tedesco fino al 16 gennaio – Il cielo diviso (1964) tratto dall’omonimo romanzo di Christa Wolf (nessun legame di parentela), pubblicato in Italia nel 1983 da e/o edizioni, tradotto da Maria Teresa Mandalari. Elogiato dalla critica come uno dei più importanti della storia cinematografica tedesca, il film segnò una svolta nel cinema della Germania dell’Est.

Arte, in occasione del centenario della nascita (1925 -1982), dedica una rassegna al regista simbolo della DDR con i titoli Stelle e Lissy – entrambi del 1957, incentrati sui rapporti sentimentali durante il nazismo e al risveglio della coscienza da parte dei protagonisti – nonché Solo Sunny (1980), autentico e affascinante spaccato di vita nella DDR, affresco imperdibile di una Berlino ormai lontana.

Ne Il cielo diviso ovvero “amarsi con la Storia contro”, Christa Wolf (1929 – 2011), la più celebre penna della DDR, racconta il confine fra le due Germanie dal punto di vista della Repubblica democratica tedesca alla luce di una storia d’amore nata e naufragata all’ombra del Muro di Berlino, per via delle ideologie contrapposte della guerra fredda, con l’uomo a Ovest e la donna a Est.

Al centro della storia due innamorati e le loro scelte nel 1960: la studentessa diciannovenne Rita (interpretata da Renate Blum), piena di speranza per il futuro e positiva nei confronti della società, che studia per diventare maestra e contemporaneamente lavora in una fabbrica di carrozze ferroviarie dove scopre le “gioie” del lavoro di squadra e della vita in comunità, e Manfred (Eberhard Esche), un chimico più anziano di lei, pessimista verso l’ambiente che lo circonda e indifferente a ogni cosa.

Quando Manfred, a cui l’Est appare svilente e castrante in seguito a un’umiliazione subita sul posto di lavoro, fugge a Berlino Ovest poco prima della costruzione del Muro, nell’agosto del 1961, Rita lo raggiunge; dal “mondo occidentale”, che percepisce come materialista, cupo, dove l’Io prevale sul Noi collettivo, si sente estranea, prende le distanze e torna in Germania orientale, “dove tutto è calore e intimità”, decisa a rimanere e a combattere.

Reputa la decisione di Manfred prettamente egoistica, intuisce in lui mancanza di slancio e sfiducia nell’utopia e la distanza tra i due crescerà inesorabilmente. Incomprensioni, valori distanti, mancata condivisione di azioni e discorsi diventeranno i temi dominanti del romanzo e del film sullo sfondo di una Germania che sta per dividersi di pari passo con la coppia.

Rita e Manfred racchiudono allegoricamente l’essenza di due mondi: quello socialista e quello capitalista, divisi dalle loro visioni della vita e dalla profonda incomunicabilità reciproca più che da un muro. Ne emergono dunque due ritratti positivi o negativi a seconda che vengano descritti con gli occhi e lo sguardo dell’uno o dell’altro personaggio.

Ricoverata dopo la costruzione del muro nel 1961 per via di un incidente in fabbrica, la ragazza, ancora sotto choc, ricostruisce gli ultimi due anni della sua vita. Tra realtà drammatiche come i problemi economici, sociali ed ambientali dell’Europa orientale e l’eredità del nazismo, ma anche cariche di entusiasmo come la conquista dello spazio (missione Gagarin), rievoca mentalmente, in flashback, la storia d’amore con Manfred. Una volta dimessa, procede sicura per la sua strada, certa del fatto che mai verrà abbandonata dai “compagni”.

Sul finire di Il cielo diviso troviamo l’essenza dell’opera: quando Rita sta per congedarsi per tornare a Est, lui commenta con amara ironia la loro separazione e quella della Germania intera: “Il cielo almeno non possono dividerlo”, ma lei ribatte, con disincanto e amarezza: “Sì invece. Il cielo è sempre il primo a essere diviso”. Intende il cielo come una proiezione di noi stessi, del nostro vissuto quotidiano, anche senza la pressione della Storia e la comparsa di muri.

Il cielo diviso, alla sua uscita nel 1963, è stato tra i primi romanzi dell’Est ad offrire una critica “dall’interno” della vita nella DDR. Raccontando le speranze, le contraddizioni e le ferite del socialismo reale. Nonostate l’attenta censura statale, il romanzo ottenne un grande successo, di cui l’arrivo al cinema per la regia di Konrad Wolf ne è la conferma. Tanto che la stessa scrittrice collaborò alla sceneggiatura.

Nessun muro, insomma, poté impedirne la diffusione, in entrambe le Germanie, nonché in una ventina di altri Paesi e valse all’autrice il Premio Heinrich Mann.

Christa Wolf si trovò anch’essa divisa da un conflitto interiore: da un lato l’attaccamento alla DDR, dall’altro la consapevolezza che il socialismo avrebbe trascinato con sé dissidi e contese dolorose senza soluzione. Nonostante il suo atteggiamento critico, però, Christa come la sua protagonista Rita, mostra anche il suo dissenso nei confronti di chi abbandona il paese “mancando di proporre la propria critica in forma costruttiva”.

Ne Il cielo diviso, però, non si schiera, prende solo in considerazione la realtà: dichiara apertamente la convinzione che “in definitiva, è sempre dal singolo individuo, dal suo maturo senso di responsabilità e dalla sua buona volontà, che dipende comunque, sia a Est come a Ovest, la possibilità di un futuro migliore”.

Cresciuta sotto i dogmi di Hitler nella natia Polonia, allora tedesca, Christa Wolf  assiste ventenne alla fondazione della DDR e continua a credere con fermezza nella missione anche politica della letteratura, sposando il “realismo socialista” che, in seguito, le procurò non poche critiche.

Degli anni vissuti sotto il nazismo ha raccontato in Trama d’infanzia del 1976 (tradotto da Anita Raja per e/o nel 2015). Ricordiamo, fra gli altri, Guasto. Notizie di un giorno (1987), in cui Chernobyl non viene mai nominato ma si fa metafora di un futuro ormai segnato; Che cosa resta (1991) la giornata di una scrittrice sorvegliata dalla Stasi; Medea (1996) rilettura del mito in cui una donna straniera diventa capro espiatorio della società patriarcale.

Famoso è rimasto il solenne appello di Christa Wolf ai concittadini affinché non lasciassero la DDR alla caduta del muro: “Noi vi preghiamo, rimanete nella vostra patria. Cosa possiamo promettervi? Niente di facile. Ma una vita utile e interessante. Nessun benessere in breve tempo, ma un grande cambiamento. Vogliamo impegnarci per la democratizzazione, elezioni libere, diritto e sicurezza”.

Figura controversa dopo la caduta del muro la scrittrice è stata ammirata per il coraggio critico e la profondità etica, ma anche discussa per la sua iniziale vicinanza al regime socialista e per la complessa vicenda del suo rapporto con la Stasi. Ma comunqua riconosciuta internazionalmente come un’autrice che, avendo unito introspezione, responsabilità morale e riflessione politica, ha lasciato un’opera tra le più importanti della letteratura tedesca del Novecento, imponendosi, ai tempi come autentica voce letteraria nel “grigiore” della DDR.

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