Arriva in sala il gangster per forza di Daniele Vicari. Il genere che passione
In sala dal 4 dicembre (per 01 Distribution) “Ammazzare stanca” di Daniele Vicari che trasporta il gangster movie nella provincia lombarda. Un film nato dall’omonimo memoriale di uno ‘ndranghetista pentito, che prova a tenere insieme tanti spunti di riflessione. Un po’ film sulla criminalità, un po’ commedia nera, un po’ analisi sociale. Passato a Venezia 82 nella nuova sezione Spotlight …

Trapiantare è un’arte che richiede molta cura, già nel giardinaggio, figurarsi in ambito medico. Vale anche al cinema: trapiantare i generi in altri contesti comporta molti rischi. Daniele Vicari da anni si è dedicato a questo difficile gioco, il suo nuovo film, Ammazzare stanca, presentato nella neonata sezione Spotlight di Venezia 82, è l’ultimo tassello di un percorso che lo ha visto attraversare diagonalmente i confini schematici dei generi per trasportarli in Italia. Questa volta, siamo davanti al gangster movie.
La storia è quella di Antonio (Gabriel Montesi), figlio di un boss calabarese trapiantato in Lombardia. È un uomo a metà tra due mondi, troppo milanese per i commilitoni mafiosi, troppo meridionale per i colleghi della fabbrica in cui lavora. Questo il suo dramma: non riuscire a capire da che lato penda la sua bilancia, né nell’appartenenza né nelle scelte di vita che ne derivano. Attraverso il suo ondeggiare si sviluppa tutta la trama, fatta di lotte intestine tra cosche e vita di provincia.
Vicari ha preso spunto dalla vicenda di Antonio Zagari, ‘ndranghetista redento che ha affidato il suo memoriale, scritto dal carcere, alle mani del cronista Gianni Spartà, prima di sparire nel nulla in sella alla sua moto. Quella storia, pubblicata nel 1992 è tornata in libreria nel 2024 con il titolo, appunto, di Ammazzare stanca, seguito dal sottotitolo Autobiografia di uno ’ndranghetista pentito, edito dalla Compagnia Editoriale Aliberti.
Per un regista che negli ultimi anni ha cercato in più modi di sperimentare coi generi, divertendosi a trasportarli nel contesto italiano in una specie di contaminatio, quella di Zagari è apparsa subito come una storia interessante. Qualche anno fa erano state le pagine di Massimo Carlotto a ispirargli una riuscita serie, L’Alligatore, in cui la pianura padana si trasformava inaspettatamente in un teatro western. Oggi nelle memorie del mafioso pentito ha trovato un gangster movie tra le vie della Lombardia.
All’ambientazione classica Vicari vuole caparbiamente affiancare anche una contestualizzazione storica. Siamo negli anni ’70 e ’80 in Italia, dopotutto, un periodo troppo denso per poterlo usare solo come sfondo. Scioperi, picchetti, il mai sopito fascismo che fa capolino dalla scrivania dei padroni. È una scelta che è facile capire sul piano logico, eppure difficile da far scorrere nel film, così da apparire, a tratti, come se procedesse separatamente.
Ammazzare stanca torna anche su un concetto, la violenza delle forze dell’ordine, che era stato il punto cardine del lavoro più noto del suo regista, Diaz. Non pulire questo sangue. Certo, in quella occasione era un fatto storico evidente, le violenze del G8 di Genova, poi dichiarate “la più grande sospensione dei diritti democratici dopo la fine della guerra”, a fornirgli il quadro in cui collocare la sua critica a chi nelle democrazie gestisce il monopolio della forza. Stavolta il regista deve invece fare i conti con la contrapposizione archetipica tra buoni e cattivi, cercare di problematizzarla per non rischiare di perdersi in etichette manichee.
Ammazzare stanca non riesce a quadrare pienamente forse proprio per i troppi spunti di riflessione, messi insieme senza creare un magma coeso. L’evoluzione del suo protagonista procede a velocità differenti tra fase e fase, inizialmente lenta e dominata dalla paura verso il sangue, inaspettatamente rapida verso la fine, in cui alle promesse di smettere con gli omicidi seguono numerosi delitti che, misteriosamente, non sembrano risultare in contraddizione con quel che sente Antonio.
L’idea di un gangster forzato, costantemente costretto a essere ciò che non vuole, era decisamente interessante. Così come lo strano rivoltamento per cui un protagonista sogna di essere un semplice operaio, a cui giustamente Vicari non risparmia la mentalità piccolo borghese per cui il denaro non è mai abbastanza. Sia Antonio sia suo fratello cadranno alla ricerca di un’emancipazione economica, mischiata con quella familiare, composta principalmente dalla fuga dal padre padrone.
Un po’ film sulla criminalità, un po’ commedia nera, un po’ analisi sociale. Nel tentativo di mantenere aperte più direzioni, Ammazzare stanca non arriva, però, ad un approdo compiuto. Bloccandosi nel mezzo del tragitto.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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