Silvia Scola: “L’importanza di metterci la faccia. Per la Palestina e contro ogni ingiustizia”

Sulla scorta della lezione artistica, civile e politica dei grandi autori del dopoguerra, una riflessione di Silvia Scola sulla necessità di impegnarsi ed esporsi nelle battaglie sociali e culturali. L’occasione, l’incontro sul cinema resistente palestinese che si è svolto il 31 gennaio a Roma nell’ambito della rassegna “Visionarie” e alla presenza di Mona Abuamare, ambasciatrice della Palestina in Italia. Ricordando anche il voltafaccia di alcuni volti famosi quando allo scorso festival di Venezia si firmavano appelli contro il genocidio a Gaza…

Ringrazio Giuliana Aliberti per avermi invitato a Visionarie e ringrazio tutti per essere qui, onorati della presenza dell’ambasciatrice palestinese in Italia Mona Abuamara, perché la ferita palestinese sanguina ogni giorno di più e ogni occasione per alzare la voce diventa necessaria.

SE non fosse attutito dal costante RUMORE dei SOLDI e della corsa al profitto, selvaggia e globale, il silenzio lasciato dai grandi del ‘900 sarebbe assordante. E profondo come il sibilo degli abissi marini.

Un silenzio che via via ha inghiottito le voci forti e chiare di persone illuminate, coraggiose come Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Cesare Zavattini, Sergio Amidei, Elio Petri, Mario Monicelli… e anche mio padre, Ettore Scola, che con il suo cinema e la sua militanza costante si è sempre esposto lottando a viso aperto per ogni battaglia sociale e culturale, pagandone personalmente  le conseguenze.

Era una generazione, quella degli autori della metà degli anni ’50, che dopo aver patito la fame, la guerra, la dittatura e l’occupazione nazifascista, sentiva l’urgenza di rimboccarsi le maniche per ricostruire un paese ridotto allo stremo, non certo per colpa degli italiani ma della Storia che li aveva travolti, per le decisioni sconsiderate dei potenti.

Da quelle macerie e dai quei calcinacci materiali ma soprattutto culturali, bisognava far rinascere qualcosa che risvegliasse l’umanità, l’identificazione, la coscienza di sé e il senso di appartenenza, anche linguistica, a un paese lungo e martoriato come l’Italia del dopoguerra.

Capolavori come Paisà, Sciuscià, Roma città aperta, Ladri di Biciclette, Umberto D. Accattone, La grande guerra, Una Giornata particolare e più tardi Brutti sporchi e Cattivi erano un modo efficace di urlare che le cose così com’erano non andavano affatto bene e bisognava cambiarle il prima possibile. O almeno provarci.

Film pieni di cruda verità eppure di grande poesia, di denuncia sociale e di compassione profonda, a volte feroce, sia l’una che l’altra. Spesso tra le lacrime versate per le risate.

Furio Scarpelli raccontava che quando portarono la sceneggiatura de I Mostri a un grande produttore, un film da ridere sui vizi degli italiani con Gassman e Tognazzi, quello gli rispose secco: andate a farvelo produrre da Togliatti.

Torno a parlare di ottanta anni fa, perché il momento storico di oggi è altrettanto allarmante, con l’imperdonabile aggravante di esserci già passati, di aver attraversato l’orrore, versato sangue e sacrificato vite intere in carcere, per decenni  – come oggi Marwan Barghouti per la Palestina libera e appena ieri quella di Nelson Mandela contro l’Apartheid in Sudafrica – giurando di non tornare a vedere mai più niente di simile. Mai più. Mai più, si era detto. E scritto, sulla nostra Carta Costituzionale nel 1947, sulla quale giurano e hanno giurato, mano sul cuore, i nostri attuali ministri della Repubblica.

L’autodeterminazione dei popoli e il ripudio delle armi e della guerra, sopra ogni cosa.

Siamo tornati indietro, molto più di quanto potessimo immaginare, con l’orrore quotidiano splatterato dai social media davanti agli occhi e la totale indifferenza di chi “scrolla” (termine orripilante quanto l’azione che lo determina) e passa lo sguardo ad altro, via così, come la maggior parte di noi. E dei membri della nostra classe dirigente, purtroppo.

La brutta vicenda veneziana, forse la ragione principale della mia presenza qui, ha dimostrato quanto il silenzio che ci circonda oggi, evochi il viso di Munch e la disperazione di Guernica, e quanto le nuove generazioni di autori, scrittori, giornalisti e cineasti anziché sostituire quelle voci o cercare di imitarle, sordi a quelle grida, preferiscano abbracciare la prudenza, la cautela, l’equidistanza, la misura.

Dopo i diversi appelli di categoria per lo Stop al genocidio in atto nella Striscia di Gaza durante  i giorni del Festival d’Arte cinematografica, si sono contati sulle dita di due mani gli artisti che hanno sostenuto apertamente la causa con tanto di Kefiah al collo, pagandone poi lo scotto mediatico, mentre la maggior parte dei colleghi illustri intervistati, ha ricusato quanto sottoscritto e preso le distanze sul boicottaggio dei due attori israeliani, attuali sostenitori e finanziatorI dell’ IDF, l’esercito di Netanyahu, invitati ad essere applauditi sul tappeto rosso del Lido di Venezia.

Rosso come il sangue degli innocenti, evidentemente.

E gli orrori e la complicità a quegli orrori sono continuati anche in Italia.

Definisci genocidio, definisci bambino, definisci aiuti umanitari depredati di biscotti, latte e miele perché iper-nutrienti, quando destinati a bambini denutriti e agonizzanti per la fame, e non a giovani yankees “forti obesi”.

La signora Barghouti, moglie di Marwan, che abbiamo incontrato la settimana scorsa all’ufficio del Parlamento europeo con Luisa Morgantini, ci raccontava della disperazione delle donne e delle mamme palestinesi che ora che l’occupazione feroce e disumana perdura ancora, identica dopo il cessate il fuoco, non hanno più parole per spiegare alle loro figlie e ai loro figli quanto va accadendo. Non hanno più neanche le lacrime.

Stamattina all’alba un altro terribile RAID israeliano in barba al cessate il fuoco, e altre decine di morti, dei quali molte donne e bambini.

A quanto pare la disumanità va di moda e può essere esercitata liberamente.

Dire di NO, rifiutarsi di accettare l’indifferenza e andare oltre il silenzio, è l’unico auspicio che possiamo raccogliere tutte e tutti, e con il quale anche il cinema può e dovrebbe fare la sua parte.

Il meraviglioso film di Sepideh Farsi, Put your soul in your hand and walk, il sorriso accecante della giovane fotoreporter gazawa Fatma Hassona, o la straziante agonia della piccola Hind Rejab, documentata dalla regista Kawtar Ibn Hannyya, ne sono la testimonianza e la prova. Così come il Festival delle donne di Gaza, baluardo di civiltà e di resistenza.

Le donne sono maestre di resistenza da sempre e in ogni latitudine, e oggi più che mai penso che siamo chiamate a resistere, ad alzare i nostri pugni e le nostre voci per continuare a sostenere forte e chiaro che i diritti sono diritti, tutti interi, e non solo “fino a un certo punto”.


Silvia Scola

sceneggiatrice. dal 1989 con "Che ora è" di Ettore Scola comincia la collaborazione con il padre: "Il viaggio di capitan Fracassa", "Mario Maria e Mario", "Gente di Roma" e tutti i suoi film a seguire. L'ultimo lavoro è "Ciao Marcello - Mastroianni l’antidivo".

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