Ritorno a Salerno. Il pellegrinaggio della memoria (senza politica) di Alfonso Gatto in un doc

È “Isola, luoghi e miti di Alfonso Gatto” di Marcello Napoli dedicato al poeta (Salerno 1909 – Orbetello 1976) protagonista dell’ermetismo e incarcerato dal fascismo, presentato al Cilento Fest. Un ritratto del poeta nella sua relazione con Salerno, la città natale, alla quale Gatto ha dedicato ampie parti della sua produzione poetica. Manca però, enormemente, una parte fondamentale del lavoro, dell’opera, e dell’impegno politico del poeta che ha partecipato alla Resistenza, è stato iscritto al PCI e non ha mai nascosto da che parte stava …

A Perito, un paesino dell’entroterra salernitano, lo scorso agosto dal 18 al 21) è andata in scena la quinta edizione del Cilento Fest, piccolo ma interessante festival cinematografico incentrato sul “racconto di storie e personaggi di borghi per una nuova cinematografia delle aree interne”.

Una di queste storie, tra gli eventi di apertura, è il docufilm Isola, luoghi e miti di Alfonso Gatto scritto da Maurizio Fiume, per la regia di Marcello Napoli, dedicato al poeta salernitano, protagonista dell’Ermetismo, a cinquant’anni dalla sua morte.

Il film è un ritratto del poeta nella sua relazione con Salerno, la città natale, e vuole soprattutto rappresentare e celebrare il forte legame col luogo al quale Gatto ha dedicato ampie parti della sua produzione poetica. «Io sono Salerno», dice il poeta in una sequenza, rivendicando un rapporto simbiotico con la città mai venuto meno.

Lo stesso sceneggiatore, nell’illustrare il film, dice che “raccontare un poeta attraverso un documentario significa correre il rischio di trasformare il cinema in un’illustrazione della letteratura. Il progetto di Marcello Napoli prova invece a compiere il percorso inverso: sono la poesia e la figura di Gatto a diventare strumenti per guardare nuovamente i luoghi. Il paesaggio meridionale, il mare, la memoria, l’infanzia, le cose povere, diventano così non semplicemente lo sfondo della vicenda del poeta, ma parte integrante della sua identità”.

Da qui una lunga ricostruzione in fiction – tra onirico e  reale – in cui un attore, Yari Gugliucci, dà corpo e voce al poeta ormai maturo in un ritorno a Salerno alla ricerca di una ricucitura con il proprio passato.

Sorprendono di più, a dire il vero, i filmati ripescati dal repertorio Rai, che mostrano Alfonso Gatto raccontare e raccontarsi, recitare i propri versi o rispondere all’intervistatore di turno con intense espressioni del volto e silenziosi attimi di riflessione che anticipano la risposta, dettaglio che ci dice di un mondo antico, quasi mitologico, nel quale la televisione nazionale parlava e faceva parlare di cultura e gli ospiti pensavano prima di parlare, fatto inconsueto e forse anacronistico nel fastidioso opinionismo di oggi.

In questo pellegrinaggio della memoria e nella memoria, oltre al poeta, si muovono due presenze, due spiriti guida. Una giovane donna, sempre la stessa ma diversa ogni volta perché vestita in modo differente, espediente per mostrare gli amori del poeta, la cui somma, non è una donna o le donne ma è l’Amore, unica Musa. La seconda figura simbolica è un ragazzo che simboleggia la ricongiunzione tra il poeta nella sua maturità e il se stesso da giovane.

Alla fine della visione, però, troppi restano gli interrogativi e i sentimenti contrastanti. Un po’ come accadeva a scuola viene da dire: “è intelligente ma non si impegna”. Lo svolgimento del compitino è sbrigativo e forse sufficiente per un festival legato al territorio dove il doc funziona per le sue scelte di scrittura e regia che restringono il campo al rapporto poeta-città natale, come luogo simbolo. Gatto ha Salerno, Leopardi ha Recanati, Pascoli ha il natio borgo selvaggio e fin qui nulla da eccepire.

Manca enormemente, infatti, una parte fondamentale del lavoro, dell’opera, e dell’impegno politico del poeta. Che non ha mai nascosto i suoi ideali di sinistra (è stato iscritto al PCI ed è stato redattore de l’Unità nel dopoguerra), forse troppo scomodi per questi nostri tempi di destre al potere. Eppure l’incipit del film promette bene con una domanda chiave: “Perché la poesia oggi?” e Gatto che risponde “Cosa c’entra l’oggi con la poesia, forse è la domanda più giusta…”.

La promessa, però, non è mantenuta. E il tema viene lasciato cadere nel vuoto, o solo vagamente toccato nei contributi dei critici letterari (Silvio Ramat e Francesco D’Episcopo). Si, ci dice che Gatto è stato giornalista, anche al seguito di Giro d’Italia e Tour de France, che è stato pittore, che è stato il discepolo Andrea ne Il Vangelo secondo Matteo nel film di Pier Paolo Pasolini e altri passaggi sullo schermo cinematografico.

Ci dice anche che ha scritto quella canzone, La ballata del tempo, cantata da Lea Massari e che fu a lungo la sigla della Rai nella trasmissione Almanacco e che chiude il film. Tutto molto interessante, ma dov’è la parte del suo lavoro poetico, dell’ impegno civile abbracciato dopo il periodo dell’Ermetismo? Dove quello politico, che gli fece passare sei mesi nelle galere fasciste e della successiva partecipazione alla Resistenza?

Se è proprio il poeta a dire “Io sono Salerno” possiamo serenamente affermare che è stato Salerno per tutta la vita, ovunque si trovasse, galera compresa. Perché glissare allora in favore di lunghi inserti di fiction noiosamente estetizzanti, invece di dare  profondità al ritratto e rispondere alle attese della premessa.

Queste nostre pagine web si sono spesso occupate di poesia, recensendo i documentari di Massimiliano Palmese su Aldo Braibanti e Dario Bellezza (ed è annunciato quello su Sandro Penna, che di Alfonso Gatto fu caro amico), The beat bomb di Ferdinando Vicentini Orgnani o Lawrence – A Life in Poetry di Giada Diano ed Elisa Polimeni, entrambi dedicati a Lawrence Ferlinghetti. Ecco, il confronto di Isola, luoghi e miti di Alfonso Gatto con questi altri doc a tematiche poetico-letterarie ne mette ancor più in evidenza i limiti. Peccato, trattrantandosi di una delle più rilevanti figure intellettuali del Novecento. Ma magari, chissà, a qualcuno potrà accendere la curiosità e invogliarlo a prendere in mano i testi del poeta. E questo sarà comunque un merito.


Gino Delledonne

Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.


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