Ritratto del poeta con paesaggi (umani). La luce di Ferlinghetti risplende ancora in un doc

In sala dal 9 dicembre (per Garden Film) “Lawrence – A Life in Poetry ” di Giada Diano ed Elisa Polimeni, legate da profonda amicizia a Lawrence Ferlinghetti. Un omaggio affettuoso, un ritratto del poeta della libreria City Lights che si racconta con leggerezza, ironia e profondità, rendendo palpabile il vuoto che ha lasciato la sua morte. I suoi luoghi (San Francisco, la Bay Area), i suoi amici (Allen Ginsberg, Gregory Corso), la Beat Generation, la pratica politica e l’ecologismo. E un cencio rosso con falce e martello appoggiato alle sue spalle con nonchalance …

In questi tempi cattivi dove la “libertà di parola è per quelli che non hanno niente da dire” ci sono lampi d’intelligenza che arrivano in soccorso come il 7° cavalleggeri, quando tutto sembra irrimediabilmente perduto.

Flash che consentono per un attimo l’illusione di poter vivere in un mondo decente, se non propriamente bello, e che ci siano persone in grado di tener viva la speranza ascoltandone le parole.

Uno di questi lampi è Lawrence – A Life in Poetry di Giada Diano ed Elisa Polimeni, distribuito in Italia da Garden Film, nelle sale dal 9 dicembre. Un film che è l’affettuoso omaggio di due persone legate al poeta da profonda amicizia: la prima è la sua traduttrice e biografa, mentre la seconda è la curatrice delle mostre d’arte e delle retrospettive dedicate al Ferlinghetti pittore.

Quel vecchio con la barba bianca e la faccia da ragazzo, gli occhi vispi dal colore quasi trasparente, che fa il buffone in favore della macchina da presa nel dicembre del 2011, si racconta con leggerezza, ironia e profondità per poco più di un’ora rendendo palpabile il vuoto che ha lasciato la sua morte, avvenuta il 22 febbraio di quest’anno poco prima del suo 102° compleanno.

Il merito delle autrici del film, tra altre cose, sta proprio nello stare in disparte per dare allo spettatore la possibilità di seguire silenziosamente e senza filtri Lawrence Ferlinghetti e le persone che incontra, conversando in una quotidiana normalità. In tutto questo il poeta si racconta con totale spontaneità, toccando vicende personali come la ricerca delle radici. Mentre parla pochissimo della famiglia, della madre di origini francesi e del padre che scoprirà essere originario di Brescia. E fa un po’ effetto quando non è sicuro sul numero dei fratelli: “4 o 5”.

Sono soprattutto i temi socio-culturali e politici come la nascita della City Lights, la Beat Generation, la pratica politica e l’ecologismo, a riempire il racconto del poeta.

Nel film non compare traccia di indicazioni né sollecitazioni per l’uomo davanti alla macchina da presa ma solo affettuosa osservazione e ascolto, in quella che appare come una flanerie lungo le strade di San Francisco: quella città che “vista dal mare sembrava Tunisi”.

E lungo la Bay Area, sul modesto pick up rosso del poeta (marca Ford, targa della California 5F05168). C’è il Ferlinghetti che incontra gli amici poeti ricordando episodi degli anni dell’impegno pacifista, facendo a gara con reciproca civetteria a chi è stato arrestato più volte o più a lungo.

Spassosi sono certi aneddoti, soprattutto quelli che riguardano Allen Ginsberg e Gregory Corso. C’è anche, ovviamente, la libreria City Lights e il ricordo di quando Charlie Chaplin gli scrisse autorizzandolo ad usare il titolo del suo film, e mentre lo racconta si mette sulla testa la bombetta di Charlot (uno dei diversi cappelli che indosserà per tutto il film).

Lo seguiamo anche mentre sta placidamente seduto in un parco a parlare di poesia e politica, giocherellando con una bandierina rossa tra le mani. Significativo che per tutto il film ricorra il colore rosso: rossa la sua automobile, rossa la bandierina che gli offre l’occasione di esclamare “Rivoluzioneee!!” e, nello studio, un cencio rosso con falce e martello è appoggiato alle sue spalle con nonchalance.

E ancora in una delle scene più toccanti vediamo, ma soprattutto sentiamo, Lawrence leggere la poesia appena scritta al tavolino di un bar che ha nell’angolo un palchetto per la musica live; c’è un cantante, che inizia ad arpeggiare con la chitarra accompagnando il poeta che vira la voce in un canto appena accennato. La poesia è l’inedita Desperation Horse e quei versi, sui titoli di coda, diventano davvero una struggente canzone, questa volta per la voce e la musica di Omar Pedrini, bresciano.