Se la comunità ti fa sopravvivere alle macerie. “I See Buildings Fall Like Lightning” della regista britannica Clio Barnard
Vincitore del Premio del pubblico alla Quinzaine di Cannes 2026, passa ora in concorso alla Festa di Roma “I See Buildings Fall Like Lightning” della britannica Clio Barnard, dall’omonimo romanzo (“Vedo palazzi cadere come fulmini” e/o, 2025) dello scrittore operaista Keiran Goddard. La demolizione dei casermoni popolari dove sono cresciuti i cinque amici protagonisti, sono lo spunto per una riflessione sulla disgregazione del tessuto sociale, a partire anche dall’ emergenza abitativa. La risposta che suggerisce il film: tenere in piedi la comunità …

Conforta sapere che Ken Loach, magnifico novantenne cantore della working class, avrà degli eredi. E ancor di più sapere che tra loro è proprio una donna a tenere alta la bandiera: Clio Barnard che, dai tempi di The Arbor (eravamo nel 2010) racconta l’Inghilterra dei casermoni popolari ed ora, con I See Buildings Fall Like Lightning (premio del pubblico alla Quinzaine di Cannes 2026) adatta l’omonimo romanzo di Keiran Goddard per raccontare (anche) la crisi abitativa, tema mai così attuale, attraverso il vissuto di cinque amici trentenni Uk.

Tradotto in Italia da e/o nel 2025 Vedo palazzi cadere come fulmini è il secondo romanzo di questo scrittore (e poeta), quarantenne di Birmingham, dalle radici operaie (come la stessa città) che va in giro per il mondo tenendo conferenze sui diritti dei lavoratori, sul futuro del lavoro, l’automazione e la rappresentanza sindacale. L’incontro col cinema di Clio Barnard, insomma, era destino.
Siamo a Birmingham, ex roccaforte operaia sopraffatta dalla crisi all’indomani della chiusura delle fabbriche automolistiche. Cinque amici che si conoscono fin dall’infanzia. Oli spaccia e si fa a sua volta; Conor fa lo stesso lavoro di suo padre, l’operaio ma nel cantiere di Rian, l’unico tra loro ad aver fatto i soldi, costruendo appartamenti che nessuno del quartiere potrà permettersi. Patrick e Shiv sono la coppia storica del gruppo: lui nonostante l’università consegna pizze in bici, lei si occupa delle due figlie e della madre terminale.
Tutti loro sono quelli delle case popolari, delle torri, buttate giù dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso ai Duemila, nell’ottica di una riqualificazione con nuovi edifici di edilizia popolare, mai più costruiti.
“Una volta, accettato il patto col capitalismo ti sfruttavano ma alla fine avevi una casa e magari pure il giardino per passare gli ultimi anni che potevi vivere. Adesso non hai più neanche questo”, dice Patrik, quello che ha studiato e il primo a soccorrere gli amici nei momenti di difficoltà.
La casa, insomma, ci ricorda, è uno dei pilastri del tessuto sociale che, qui, infatti si è sgretolato, è venuto giù come quei casermoni dove erano vissuti, le cui immagini di repertorio, l’esplosione, la polvere (“la polvere del diavolo” si desse allora), fanno da refrain costante al ritmo serrato del film che è in questa perdita, perdita di comunità e vuoto esistenziale, ci accompagna. Con i primissimi piani dei protagonisti, gli occhi spalancanti di fronte a noi, le serate di ballo e sballo, la musica e i fiumi di alcool.
Per assestare a tratti dei colpi durissimi. Il cliente tossico di Oli con la spada nel braccio e la figlia piccolissima nella sua stanzetta lurida, sola e con lo sguardo indifferente, è una delle mazzate a sorpresa che ti riserva il film. Quasi un Trainspotting aggiornato ai nostri giorni.
Ma qui senza perdere la tenerezza, come direbbe qualcuno. Con le figlie di Patrik e Shiv che riservano momenti di assoluta dolcezza, e quella di Oli che riserva al suo cagnolino trovatello. In questo senso I See Buildings Fall Like Lightning è pieno di vitalità e di speranza. Nessuno di loro si è venduto l’anima. L’amicizia ti permette di sopravvivere alle macerie. Che poi vuol dire comunità, collettività, quella che può salvare e che invoca ancora una volta sempre Patrick, invitando l’amico costruttore ad affidare il nuovo palazzo ad una cooperativa. Un’ostinata indicazione per il futuro, insomma.
Un’ultima nota per il cast: letteralmente strepitoso (Anthony Boyle, Millie Brady, Joe Cole, James Eeles, Jay Lycurgo) a conferma della qualità superiore degli interpreti britannici. Produce la BBC, anch’essa, ancora una garanzia. Immaginare un film del genere da noi resta un’utopia. Un po’ come quella che suggerisce Clio Barnard.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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