Adam Driver è l’uomo che inchiodò la Cia. “The report” sulle torture post 11 settembre

Presentato tra le pre-aperture della Festa di Roma, “The Report” di Scott Burns dedicato al funzionario americano che ha svelato le torture dela Cia dopo l’11. Un film ambizioso, un legal drama in cui a trionfare – seppure parzialmente in questo caso, e lasciando dietro di sé una scia di dubbi tra cui la posizione un po’ ambigua di Barack Obama – saranno il senso di giustizia e i principi fondanti della democrazia Usa. Il film uscirà in sala  soltanto il 18, 19 e 20 novembre e su Amazon dal 29 novembre …

Presentato tra le pre-aperture della Festa del Cinema di Roma (17-27 ottobre), The Report è un film di grandi ambizioni, prodotto da Amazon e firmato da Scott Burns, sodale di Steven Soderbergh, produttore, sceneggiatore e in questo caso regista esordiente.

La vicenda ruota attorno al Rapporto della Commissione d’indagine del Senato, ai tempi di George Bush jr, sui metodi utilizzati dalla Cia per estorcere confessioni alle persone sospette catturate dopo gli attentati alle Torri gemelle.

Già nel titolo la parola tortura risulta cancellata da un pennarello nero, a evocare non solo il vituperato metodo che l’Intelligence americana ha utilizzato contro i presunti terroristi e i loro presunti alleati, ma anche i tentativi da parte della Cia di sviare le indagini, di censurare le risultanze di quel tormentatissimo rapporto e di impedirne la pubblicazione.

Con ritmo serrato e facendo ricorso alle modalità classiche dei legal drama, il film narra gli sforzi del funzionario Daniel J. Jones, interpretato con professionale aderenza al personaggio da Adam Driver, dietro la supervisione della senatrice Dianne Feinstein (una sempre convincente Annette Bening) per giungere alla verità superando tutte le resistenze del caso.

E, come sempre avviene nei legal drama, a trionfare – seppure parzialmente in questo caso, e lasciando dietro di sé una scia di dubbi tra cui la posizione un po’ ambigua di Barack Obama – saranno il senso di giustizia e i principi fondanti della democrazia Usa, secondo la consueta logica male vs bene, tipica della mentalità e del cinema made in Usa. I precedenti in materia ormai non si contano più, ma vale la pena citare Tutti gli uomini del presidente e il più recente Il caso spotlight.

L’argomento trattato dal film, in realtà, era già di dominio pubblico dopo le famose foto-denuncia sulla base di Guantánamo diffuse dal Dipartimento Usa della Difesa, in seguito alle quali una sentenza della Corte Suprema del 2006 stabilì la violazione della Convenzione di Ginevra e del Codice di Giustizia Militare statunitense, denunciando le modalità di detenzione dei prigionieri all’interno della base e le sentenze dei tribunali militari speciali istituiti dopo l’11 settembre.

Qui, in sovrappiù, l’attenzione si concentra sui corpi dei detenuti sottoposti alle torture più sofisticate, su base pseudo-scientifica (fra tutte il famigerato waterboarding), e sugli anticorpi costituiti dalla parte “migliore” del paese che cerca di imporre la verità.

È chiaro che siamo dentro una visione dei problemi e della giustizia tipicamente americana, anche se le tematiche trattate coinvolgono un po’ tutti i paesi, in particolare per ciò che riguarda le questioni legate alla sicurezza e la legittimità o meno di certe “sospensioni” delle garanzie democratiche a fronte di eventi eccezionali.

Siccome però c’è in questo genere di film una specie di retro-pensiero (neppure tanto “retro” visto che viene citato il famoso discorso contro la tortura pronunciato dal senatore repubblicano John McCain nel 2014), e cioè che il “lato oscuro” dell’America emerge sempre per essere puntualmente sconfitto, viene da chiedersi come mai il popolo americano non abbia sviluppato anticorpi.

Domanda ancora più attuale, in questi giorni, di fronte allo scempio perpetrato dalla Turchia di Erdogan a danno del popolo curdo, abbandonato a sé stesso dagli Stati Uniti perché “non ha preso parte allo sbarco in Normandia”.


Carlo Gnetti

giornalista e scrittore


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