Altri “Mòdi” per dire Johnny Depp. Il ritorno da regista del (fu) divo che porta Modigliani al cinema
In sala dal 21 novembre (per Be Water Film, in collaborazione con Maestro Distribution e Medusa Film) “Modì – Tre giorni sulle ali della follia” secondo lavoro da regista di Johnny Depp, dedicato ad Amedeo Modigliani (interpretato da Riccardo Scamarcio). Tre giorni nella vita del pittore che sono più che altro la metafora del nuovo Johnny Depp, interessato alla creazione artistica più che a tutto ciò che ne consegue. L’ispirazione del film viene da una pièce di Dennis McIntyre, adattata da Jerzy e Mary Komolowski. E il Depp regista si dimostra convenzionale, quasi stereotipato. Presentato alla scorsa Festa di Roma …

Un accento può fare la differenza, basti pensare verso quali significati diversi ci portano i prìncipi e i princìpi. A volte un accento spostato può diventare il miglior modo per spiegare un film. È così per Modì – Tre giorni sulle ali della follia, seconda fatica da regista di un redivivo Johnny Depp, ospite d’onore alla Festa del Cinema di Roma, dove ha ricevuto anche un premio alla carriera.
Ispirazione del titolo del film è infatti il celeberrimo nomignolo che appiccicarono oltralpe ad Amedeo Modigliani, tagliuzzandone il cognome, un vezzo tipicamente francese. Il film, però, quasi interamente girato in inglese, lo pronuncia costantemente Mòdi. In questo piccolo cortocircuito fonetico si nasconde tutto il senso del progetto: il tentativo maldestro di uno statunitense di calarsi nella storia di un artista europeo.
Seguiamo il pittore livornese per settantadue ore nelle sue giravolte per gli stradoni della Parigi di inizio Novecento. Corpo e voce sono quelli di Riccardo Scamarcio, compreso un vago accento che nulla ha che fare con le terre toscane, cui fa eco un’altra italiana nel cast, Luisa Ranieri, comprensiva padrona d’osteria a Montparnasse.
Mòdi è per Depp evidentemente il simbolo dell’arte per l’arte, della sregolatezza geniale di per sé, senza bisogno di risultati a corroborarla. Dopo anni passati più nelle aule di tribunale che sui set, in cui ogni sua stranezza privata è diventata di dominio pubblico, oggi il fu sex symbol si è stancato di giustificarsi e cerca in tutti i modi di mandare platealmente a quel paese tutto il mondo dell’industria artistica, dalla critica al mercato.
Il suo Mòdi ce lo dice chiaro e tondo. O meglio, lo dice all’amante Beatrice Hastings, giornalista e critica d’arte: «Io l’arte la faccio, tu ne scrivi solamente», generando una rabbiosa reazione di lei. È la croce di questo mestiere, in ogni critico alberga un artista abortito, a volte fa male ricordarlo. Ma è una strada a due sensi, perché può capitare anche a chi ha imbracciato la macchina da presa di pagare lo scotto per non aver imparato a rinunciare.
Al di là di questi piccoli regolamenti di conti, il Modigliani di Depp è senza capo né coda, come le sue giornate. Girovaga piantando grane dove può, accompagnandosi con i colleghi squattrinati Utrillo e Soutine (un bravissimo Ryan McParland, forse la cosa migliore del film). Su di lui pesa, oltre agli eccessi di alcool e droghe, anche l’incubo della tubercolosi, mostratoci continuamente con espedienti poco originali.
L’ispirazione del film viene da una pièce di Dennis McIntyre, adattata da Jerzy e Mary Komolowski. Il Depp regista si dimostra convenzionale, quasi stereotipato. Unico guizzo che si concede è infiltrare piccole scenette slapstick qui e lì, quasi come un omaggio al cinema delle origini, ma non sono praticamente mai scelte riuscite. Il punto è sempre magnificare il suo Mòdi, eroe anticonformista che, come gli dice un critico, non ama l’autorità.
Anche per questo, forse, del risultato gli interessa poco. Modì appare come un film girato per sé, più che per gli altri. E allora su questo solo una persona potrebbe dirci veramente cosa voleva dirci e se sia, in fondo, riuscito nel suo intento. La stessa persona per cui già dalla mattina code di fan hanno preso posto ai lati del red carpet, in un’inaspettata nebbia romana. The one and only, Johnny Depp.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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