Annabella Miscuglio, omaggio all’Età d’oro

In sala dal 7 aprile (per Bolero) il nuovo film di Emanuela Piovano dedicato alla regista femminista e pasionaria, ispirato all’omonimo libro di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri. Un racconto sugli anni delle utopie, un omaggio pieno di affetto, nonostante l’ingenuità e la retorica sempre in agguato…

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C’era un tempo in cui il cinema cercava di cambiare il mondo. E gli autori rischiavano in prima persona per farlo. Magari per denunciare lo sfruttamento delle prostitute e la doppia morale che permette sempre di salvare il cliente (fatalità, è di questi giorni in Francia l’approvazione di una legge che impone multe salate ai clienti e cancella il reato di adescamento), finendo nel gorgo di una feroce censura e sotto il peso di una pesante condanna che ti compromette il futuro.

Così è successo ad Annabella Miscuglio alla cui vita da pasionaria è dedicato L’età d’oro, il nuovo film di Emanuela Piovano, ispirato dall’omonimo romanzo di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri (anche sceneggiatrici con la stessa regista e Gualtiero Rosella) che quella vicenda e quell’epoca ricostruisce.

COPERTA ETA' D'ORO SOLO PIATTO

Somparsa nel 2003, a soli 64 anni, Annabella Miscuglio è stata regista, giornalista, tra i fondatori del Film Studio, appassionata sperimentatrice di linguaggi e femminista. Sì, perché erano i Settanta e il movimento delle donne cambiava il mondo facendo cultura, nei circoli, nei festival, nelle piazze e persino in “televisione”.

A.A.A. Offresi, infatti, Annabella Miscuglio l’aveva girato per la Rai. Era l’82 e il sasso nello stagno, era già stato lanciato, pochi anni prima, da Processo per stupro (Rony Daopoulo, Anna Carini, Paola De Martiis, Loredana Rotondo che firma la regia, Maria Grazia Belmonti, collettivo di cinema femminista di cui fa parte Annabella), a documentare, per la prima volta, la doppia violenza subita dalle donne che, nell’aula del tribunale, da vittime diventavano accusate, sotto l’incalzare morboso delle domande degli avvocati degli stupratori.

Allo stesso modo, A.A. A. Offresi, prendeva posizione nei confronti delle prostitute, mostrandole, per la prima volta, come donne sfruttate, attraverso le interviste ai clienti. Ebbene, il documentario non fu mai mandato in onda, ed ancora oggi è sotto sequestro, mentre Annabella Miscuglio si trovò coinvolta in un processo infinito con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione.

Emanuela Piovano, che di Annabella è stata assistente per lungo tempo, che con lei ha vissuto nella sua casa fucina, ritrovo di artisti come Godard, Schifano, Grifi o la Sanda, sceglie di raccontare l’utopia e gli entusiasmi di quella stagione, dall’insolito punto di vista di un bambino. Ossia il figlio di Annabella, oggi uomo in carriera, che torna nei luoghi dell’infanzia per il funerale della madre. Svelandoci attraverso flash back e lunghi dialoghi con la donna scomparsa (col volto di Laura Morante con parrucca azzurra e il nome trasformato in Arabella) che lui tutto quel mondo l’ha subito. E che avrebbe preferito, magari, una mamma più tradizionale e una famiglia “non allargata”.

Un rimprovero che assume i toni d’accusa di una intera generazione contro quella dei padri sessantottini. O delle madri, in questo caso. Ma che comunque, Emanuela Piovano, tenta di narrare con affetto e passione, poesia e nostalgia, nonostante l’ingenuità e la retorica sempre in agguato.