Aspettando Bookciak, Azione! cominciamo dai libri. Prove di umanità e spietatezza urbana in poesia

Vi presentiamo “Sacro e Urbano” raccolta di poesie di Isabella Capurso (Gattomerlino, 2022) tra i libri vincitori di Bookciak Legge. Alle sue pagine saranno ispirati i bookciak 2023 di cui scopriremo i vincitori il 29 agosto al Festival di Venezia. Tra poesia e aforisma riflessioni sull’efficienza spietata della vita urbana, in questo caso milanese. Per dare spazio al dubbio, tra l’epistolare, il satirico, il caustico, l’accogliente. Testi aspri, acidi alle volte. Ma senza dimenticare la tenerezza, come diceva un uomo ormai quasi dimenticato…

Qual è il confine tra una poesia e un aforisma? Anzi: c’è un confine? La profondità, la brevità e la concisione potrebbero essere spazi comuni tra aforisma e poesia. Anche lo spazio del dubbio, l’esplosione di senso e l’inversione, a volte: il rendere chiaro quel che sembrava oscuro, oscuro quel che sembrava lampante.

Tutte doti racchiuse in questo breve libro di Isabella Capurso, Sacro e urbano premiato in Campidoglio il 19 aprile da Bookciak legge. In questo volumetto Isabella Capurso intende condividere le sue riflessioni sul vivere urbano, lei che, sociologa, fa la pendolare tra Milano e un piccolissimo paese della Locride.

Qui la bellezza della natura e della vita antica, dove ci si può perdere a studiare le diverse sfumature di venti foglie autunnali, o la bellezza di una coperta tessuta in fibra di ginestra. Lassù l’efficienza spietata della vita urbana: “Il contesto urbano è un luogo di dissociazione – culturale e materiale – dell’homo sapiens dai suoi habitat”, scrive.

Eppure la prende il fascino urbano, l’irriducibile diversità tra città diversissime, come Auckland e Parigi, Johannesburg e Nairobi, Cape Town e Abidjan. E, sì, anche qui c’è della bellezza.

Un esempio. “Asino! / Mi ha detto il professore / La Stazione Centrale non è un non-luogo! / Nella forma attuale è un monumento fascista / Il Binario 21 ne commemora i deportati / Poi / C’è stato il boom economico cioè il boom delle valigie di cartone cioè il boom dei non si affitta ai terroni / Non tutte le stazioni sono uguali! / Mi ha detto”.

Ed ecco la staffilata: “Ha ragione lui. / Oggi in piazza Duca d’Aosta c’era una regina – C’eravamo / tutti: volontari, migranti, skaters, pendolari, turisti. / 
Lei era una zingara dagli occhi superbi. / A passo sicuro ha diviso in due la piazza. La sua ampia / gonna rossa sventolava come una bandiera”.

Il professore di antropologia culturale, la zingara dalla gonna rossa: la questione è saper guardare. E non lasciarsi condizionare dal pendolarismo abitativo, sguardo chiaro e diretto nella frazione calabra come nella capitale dell’imprenditoria italiana.

Lo stile altalena tra l’epistolare, il satirico, il caustico, l’accogliente. Aiuta, la mescolanza, rende più sorprendente il verso. Qui infatti: “Fast&Trendy vende merda / Merda d’autore, precisamente. / Il dado alimentare della moda “. Titolo, Fast fashion.

È caustica l’intemerata sulla “Resilienza”, parola abusata e brandita contro la storia e il senso della Resistenza: “…Resilienza, ovvero – dice il capo delle risorse umane: / Avvediti, infine, che nell’oppressione cui strenuamente / resisti si cela una / Grande Opportunità. / Ma, di opportunità in opportunità, / è finito il mazzo di carte”. L’opportunità nell’oppressione? Può venir in mente solo a un capo delle risorse umane.

Viviamo in tempi strani, in cui si toccano il nord e il sud del mondo, l’iper tecnologico e l’artigianato ancestrale. Così, a Soweto, ecco il flash autocritico: “Il Museo dell’Apartheid è il migliore museo che abbia mai / visto – insieme al Museo della Resistenza, a Malia, nell’Isola di Creta. / Un’amica mi informa: / Il museo della Resistenza, a Creta, è chiuso per assenza di fondi. / Il Museo dell’Apartheid è vivo dentro Soweto. / Abbiamo visitato le case di lamiera, con i loro scoli di acque nere. Tre bambini che giocano con i sassi – che sono carte, soldati, dadi. Ho commesso la scorrettezza di scattare una foto. Per penitenza, gli occhi furenti della bambina resteranno nei miei archivi. / Passanti. Abituati al voyerismo occidentale”.

Testi aspri, acidi alle volte. Ma senza dimenticare la tenerezza, come diceva un uomo ormai quasi dimenticato. E infatti, nell’ultima poesia, le città si mescolano, si confondono ognuna nella sua irriducibile diversità. E la vis polemica stempera in una nostalgia “sovversiva”, nel ricordo della madre: “La malinconia è una curva avvolgente a spirale. Nelle sue / schiume si consuma il dolce latte di sottile mancanza. / Nella mia anima vive un patimento sovversivo e un / inestimabile amore”.


Ella Baffoni

Giornalista dal 1964. Fin dal 1973 ha lavorato al Manifesto. Nel 2002 è andata all'Unità, al desk del politico. Negli ultimi anni è stata agli esteri e ha collaborato all'online. Insegna italiano a stranieri. Collabora a Strisciarossa. Appassionata lettrice e viaggiatrice, ha due figlie. È comunista.

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